Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 17: Animali Fantastici.


Titolo originale: The Enchanted World 17: Magical Beasts. 1986
Traduzione e adattamento di: Federica Angelini.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Animali Fantastici. Unicorni, fauni, centauri, arpie, basilischi, grifoni... l'elenco potrebbe continuare in eterno. Per comodit vengono descritti solo gli animali fantastici pi consueti. Un bestiario di tutto rispetto.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Vestigia dei Giorni passati.
Il Racconto del Dio-Scimmia: un'Epica Battaglia per la Supremazia nel Mondo.
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Capitolo Due.
I Cavalieri del Vento.
Un Bestiario Incantato.
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Capitolo Tre.
Una Immagine di purezza.
Il Destriero di Alessandro Magno.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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Vestigia dei Giorni passati.
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 Creta, l'isola incastonata come una pietra preziosa nel mare di zaffiro della Grecia, vide nascere quattromila anni fa - quando gran parte del mondo era abitato da esseri barbari e selvaggi - un regno di principi navigatori e palazzi colmi di tesori. Nemmeno l, per, la natura era stata completamente domata e, nell'ombra, tramavano i sopravvissuti di un'et precedente dominata dal caos.
In tempi ormai remoti accadde che una regina cretese di nome Pasifae diede alla luce un orribile mostro, un bambino con la testa di toro. Di certo non poteva essere il frutto dell'unione della donna con Minosse, il re suo consorte. Tuttavia, poich la madre era di stirpe regale, il mostro non venne eliminato. Le regine di Creta erano infatti oggetto di una particolare adorazione; venivano considerate le figlie della Grande Dea, la dea che prendeva e dava la vita.
Di fronte al parto funesto, Minosse fece costruire, nel cuore del palazzo reale di Cnosso, una prigione dove rinchiudere la mostruosa creatura.
Gli anni passavano tranquilli, come prima dell'arrivo del mostro ma, malgrado la magnificenza e la solarit dello splendido palazzo di Minosse, l'atmosfera era pervasa da una sensazione di oscurit. Sulle piastrelle colorate e tra le foreste di colonne cremisi si nascondeva un oscuro e terribile emblema: le corna ricurve di un enorme toro, l'antico simbolo della casa cretese. E, lontano dalle ariose camere reali affrescate con i delfini che danzavano in magiche e meravigliose scene marine, lontano dai magazzini colmi di olio, cereali, vino e oro, in fondo a un lungo corridoio quasi sempre deserto, si trovava un'enorme porta dietro la quale si schiudeva la prigione della bestia, inoltrata nelle profondit della terra per miglia e miglia di corridoi senza luce incrociati tra loro in un'intricata trama.
All'interno della prigione, trascinandosi senza meta in quella notte senz'alba, viveva il mostro, che era chiamato Minotauro, ovvero "Toro di Minosse". Una volta adulto, la sua testa enorme era quella di un toro, con le corna a forma di mezzaluna ricoperta di pelo ruvido infeltrito dalla saliva che colava dalle labbra nere. Il suo corpo era invece quello di un essere umano, muscoloso e forte, che sosteneva il pesantissimo capo.
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Gli anni passavano e sopra la sua caverna si svolgevano i fatti della vita quotidiana piena di frenesia del popolo cretese. Il Minotauro trascorreva la vita solitaria, buia e silenziosa di una talpa. La creatura viveva completamente isolata e non sapeva parlare. Si nutriva di piccoli animali come topi, insetti, lucertole. Li sentiva correre e poi li catturava seguendo il loro odore.
Il Minotauro era un predatore infallibile: oltre a conoscere ogni curva e svolta della sua prigione, possedeva un'intelligenza molto vicina a quella di un uomo.
Era inoltre straordinariamente forte, cosa che aveva dimostrato nelle poche occasioni in cui delle persone erano entrate nella sua tana dandogli l'occasione di assaggiare la carne umana.
Fin dall'alba della loro civilt, i cretesi avevano praticato dei sacrifici umani per ingraziarsi la Grande Dea e in occasione delle celebrazioni per il Grande Anno che si svolgevano ogni nove anni. Erano legate alle evoluzioni del pianeta Venere, che i cretesi credevano essere uno dei tanti volti della Grande Dea. Nell'antichit, per il sacrificio si utilizzava un'arma chiamata labrys, un'accetta dalla doppia lama, che per non fece mai comparsa nella camera dei riti di Minosse. Per ordine del re, era il Minotauro che doveva servire da strumento di morte, proprio come il labrys; fu per questo che la sua prigione venne chiamata Labirinto.
Una volta entrato nel labirinto, nessun essere umano era in grado di sopravvivere a lungo. Anche ammesso che le vittime riuscissero a rimanere cos perfettamente immobili da non farsi sentire dal mostro, erano comunque destinate a morire di fame. In un modo o nell'altro il Minotauro arrivava ad avere i corpi con cui banchettare e le ossa da cui succhiare il midollo.
E cos durante la primavera di un Grande Anno, l'isola di Creta inizi a prepararsi per le celebrazioni che annunciavano il sacrificio al Minotauro. In uno dei giardini del palazzo, la figlia del re, Arianna, danzava solennemente seguendo la decorazione complessa di un mosaico pavimentale. In una stanza affrescata con grifoni, Minosse dava ordini e attendeva la notizia dell'arrivo della vittima. Nel frattempo, nelle profondit del labirinto, il Minotauro vagava impaziente.
Le vittime sacrificali arrivarono via mare da Atene un giorno di aprile. Erano state promesse sette giovani vergini e sette ragazzi nel fiore degli anni. Tutti gli abitanti del palazzo scesero fino al porto di Cnosso per salutarli e accoglierli, come voleva la tradizione.
Arianna si trovava sul molo, tra le sacerdotesse del palazzo, e Minosse attendeva accanto a lei, circondato dai giovani uomini della sua corte. Tutti tacquero contemporaneamente quando la nave fu avvistata in lontananza dopo che ebbe superato la piccola isola di Dia nel mezzo delle acque bruciate dal sole.
Mentre la nave si avvicinava alla terra, i remi rimasero sollevati fuori dell'acqua, immobili come lance di ebano in fila; il vascello scivol lento nel porto. Ma prima che venisse legato al molo, un uomo emerse dal gruppo di vittime sacrificali, si fece strada tra le guardie a spallate e salt sulla banchina.
Aveva un aspetto sano e robusto e i capelli neri, e lo sguardo dei suoi occhi azzurri risplendeva in un viso da malvivente tagliato da una cicatrice. Guard nella folla fino a che non identific Minosse, che indossava una corona piumata. Senza esitazioni, il ragazzo avanz verso il re di Creta.
"Sono Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, e sono stato scelto per il sacrificiodisse con un tono di voce molto calmo. "Fino al momento in cui andremo incontro alla morte, io sono responsabile dei figli di Atene".
Si sent un brusio levarsi dalle fila delle sacerdotesse e dei cortigiani. Teseo era gi molto noto nelle canzoni popolari che lo descrivevano come un avventuriero e un guerriero senza paura. Le sue imprese e la sua forza avevano fatto pensare che in realt non fosse affatto il figlio di Egeo, il re di Atene, ma che discendesse addirittura da Poseidone, il dio del mare. I cretesi si trovavano davanti a un eroe pronto a una nuova sfida piuttosto che a una vittima disperata. La cerimonia era stata profondamente turbata da quell'arrivo.
Minosse era comunque un uomo che non si lasciava facilmente spaventare, un grande condottiero abituato a dare ordini e a tenere ben saldo il comando.

La cerimonia prevedeva che Teseo avesse l'opportunit di provare il suo valore. Per ogni Grande Anno i re di Creta, dovevano sposarsi al mare con un anello perch la luna e il mare erano legati tra loro come due amanti. Secondo la tradizione, dunque, Minosse si tolse il suo pesante anello d'oro con il sigillo regale e lo gett nel porto. Prima che l'anello scomparisse in acqua, Teseo si tuff, perforando la superficie marina come una freccia vivente.
All'inizio sembr che non accadesse nulla. Poi un delfino guizz nell'aria stringendo qualcosa d'oro in bocca e scuotendo la coda in segno di trionfo. Subito dopo scomparve e un istante dopo, nello stesso punto, riemerse Teseo. Nuot senza fatica fino alla banchina, si arrampic sulle rocce e sollev entrambe le braccia verso la folla. In una delle due mani stringeva l'anello d'oro di Minosse, nell'altra teneva invece una corona di foglie d'oro decorata di rose rosse.
"I miei premi dal mare, Minossedisse l'ateniese. "L'anello di un potente re e una corona dalle profondit".
Minosse per non si lasci impressionare. Fece segno che la cerimonia procedesse come previsto e le guardie accompagnarono Teseo e il suo seguito per la lunga strada che portava al palazzo. Ignorando la processione, Minosse si gir per osservare sua figlia Arianna che fissava Teseo con uno sguardo perso d'amore.
Quella notte i riti procedettero secondo l'ordine prestabilito. Alle quattordici vittime venne offerto un lauto banchetto, l'ultimo pasto per coloro che erano destinati a diventare essi stessi cibo dopo poco.
I ragazzi di Atene parlarono poco, tutti eccetto Teseo che tra gli altri cortigiani si divertiva con una coppa di vino sempre tra le mani. E poich egli era il figlio di un re e un coraggioso avventuriero che stava per incontrare una morte crudele, tutta la corte, spinta da una sorta di piet e curiosit allo stesso tempo, era raccolta intorno a lui. Perfino Arianna, sfuggendo per qualche istante allo sguardo severo del padre, si avvicin al giovane per parlargli. Teseo le sorrise quando la vide rivolgersi a lui. Era consapevole del suo fascino e l'aveva vista osservarlo con interesse quando era riemerso dal mare.
Quella notte, mentre tutti dormivano, Arianna e Teseo si incontrarono da soli. Da quell'incontro Teseo usc con i segreti necessari per sconfiggere il mostro, mentre Arianna portava nel cuore la dolce promessa d'amore fattagli dal giovane eroe.
Al mattino, prima che la luce del sole filtrasse nei giardini del palazzo, Teseo e i suoi compagni ateniesi furono condotti alla porta che si apriva sul Labirinto del Minotauro.
Improvvisamente, la porta si spalanc e gli ateniesi vennero spinti nell'oscurit. Per farsi luce fu data loro una sola torcia. Subito, dal di fuori, si sentirono richiudere i chiavistelli. Poi ci fu solo silenzio. Fu allora che una delle ragazze ateniesi si mise a singhiozzare.
"Non fare alcun rumorela ammon Teseo sottovoce. Prendendo la torcia, diede ordine agli altri di rimanere immobili fino a nuovo ordine. Poi si scost il mantello sacrificale e tir fuori un gomitolo di lana e un coltello. "Doni della principessa cretesedisse. "La lana  dotata di poteri magici e certamente mi impedir di perdermi nel labirinto".
Sollev la torcia per illuminare tre archi ugualmente bui e vuoti. Poi srotol un poco di lana, leg il filo a una pietra che sporgeva da un architrave e lasci cadere il gomitolo. L'oggetto rotol prima verso destra, esit, vir a sinistra e alla fine si infil nell'arcata centrale, srotolandosi man mano che procedeva. Teseo si mise a seguirlo.
Gli altri ateniesi restarono ad aspettarlo: senza la torcia, del resto, non avevano scelta. L'aria fredda puzzava di morte e letame. Non si sentiva praticamente alcun suono provenire da quella compatta oscurit, appena il fruscio di qualche piccolo animale sulle pietre e lo scorrere fievole del gomitolo nel suo percorso. Il suono per cui tutti stavano in allerta - l'orribile verso del mostro - sembrava non arrivare.
Dopo lunghe ore d'attesa arriv invece Teseo, in silenzio, al buio, con un aspetto quasi spettrale. Ansimava, era grondante di sudore e puzzava. Senza una parola fece da parte i suoi conterranei e colp tre volte la porta, la quale si spalanc. Arianna era nel corridoio con un dito sulle labbra. Impallid vedendo le condizioni di Teseo, il sangue gli si stava raggrumando sui capelli, nelle ciglia, e gli macchiava gli abiti stracciati. In una mano stringeva ancora il filo di lana. Era in condizioni pietose, ma era vivo, e stava annuendo allo sguardo interrogativo della principessa: la bestia era morta. Come fosse riuscito nell'impresa rimase un mistero che non rivel a nessuno n allora n mai.
Arianna riusc a nascondere i prigionieri per tutto il giorno e quando scese l'oscurit, li guid fino alla strada che portava al porto di Cnosso dove una galera li stava aspettando.
Riuscire in una simile impresa non era cosa da poco per una giovane cresciuta e coccolata in un palazzo reale come era Arianna. La ragazza poteva per ricorrere alla forza che le veniva dalla sua nobile discendenza da parte di madre e dall'amore profondo che provava per Teseo. L'eroe ateniese la fece salire sulla sua nave e lasci, senza fare molta attenzione, che sedesse accanto a lui al timone. A Nasso la nave attracc toccando il fondo roccioso e gli ateniesi ne approfittarono per tuffarsi in acqua e riposarsi. Quando scese la sera, Teseo riprese il largo, navigando nella notte leggero come la brezza del vento. Sulla spiaggia dell'isola aveva lasciato Arianna addormentata. Una moglie cretese sarebbe stata solo un problema per lui, una volta tornato ad Atene.
Il destino della figlia di Minosse rimase velato di mistero. Alcune leggende raccontavano che Dioniso, dio del vino e della fertilit, la spos e la port con s nella sua trib di satiri tra le folte vigne di Nasso. Si narrava anche che, alla fine, Arianna, per il timore di incontrare l'ira della Grande Dea - salvando Teseo aveva infatti infranto l'antico rito dedicato alla divinit - decise di impiccarsi al ramo di un albero.
Teseo invece si ferm a praticare i riti di ringraziamento a Delos e poi si diresse tranquillo verso casa.
L'epilogo della storia gli riserv per un'amara sorpresa. All'inizio della sua avventura, Teseo aveva infatti promesso al padre che se fosse riuscito a tornare vivo e vittorioso avrebbe cambiato la vela nera cretese con una bianca, come segnale di salvezza. La nave che si stava ora avvicinando alle coste dell'Attica mostrava per una bandiera nera. Teseo aveva clamorosamente dimenticato la promessa fatta al padre e cos la vela non era stata cambiata. Quando al re Egeo fu annunciata la nave con la vela nera egli credette che il suo unico figlio fosse morto, vittima del crudele sacrificio.
Folle di dolore, si gett da uno scoglio in mare, che, da quel momento, fu chiamato mar Egeo in suo onore. Teseo divenne allora re essendo il legittimo erede della corona.
Una volta al potere Teseo si dimostr un sovrano forte e saggio. Riun sotto la sua corona tutti i vari regni dell'Attica, da sempre in perenne guerra tra loro e, mentre il suo potere e il suo prestigio salivano, quelli di Minosse cominciarono a declinare irrimediabilmente. L'uccisione del sacro Minotauro sembr segnare l'inizio della fine del predominio cretese. L'isola da allora sub una devastazione dopo l'altra fino a quando un tremendo terremoto, accompagnato da un incendio senza pari, distrusse definitivamente anche il palazzo reale. Le inondazioni sommersero i campi e le vigne mentre invasori che provenivano dal continente imposero il loro dominio su ci che rimaneva della splendida civilt di Minosse.
Una rovina cos totale e improvvisa fu un evento straordinario e stupefacente anche per quei tempi cos turbolenti. La gente per sapeva anche quanto potessero essere imprevedibili i destini di tutto ci che era mortale sulla terra. Teseo e Minosse erano stati protagonisti di un'epoca ancora dominata dai misteri. La maggior parte delle verdi e immense foreste del pianeta erano vergini, gran parte dei mari non era mai stata solcata da alcuna prua e i picchi immersi nelle nuvole erano sconosciuti al piede umano.
Nelle distese di natura selvaggia e anche nei campi coltivati erano pi numerosi gli animali degli uomini. E gli animali presentavano tra loro le pi stravaganti similitudini e le pi sorprendenti diversit, come se la natura stessa non avesse ancora concluso il lungo lavoro della creazione. Tra gli esseri che a quei tempi abitavano la terra, alcuni avevano corpi di uomini e piedi di capra o il torace di un uomo su un corpo da cavallo. Gli agnelli crescevano su alberi particolari. Tra le creature dell'aria c'erano poi cavalli alati, uccelli predatori con il corpo di leoni, uccelli dall'ombra umana e uccelli che nascevano da Cirripedi invece che dalle uova. In quell'era vivevano anche gli unicorni, incantevoli cavalli con un corno a spirale sulla fronte che avevano il potere di guarire e purificare.
Come gli unicorni, tutti i membri di questa esuberante fioritura di strani esseri erano dotati di poteri speciali. Nati all'alba del mondo essi racchiudevano in s qualcosa della potenza dei primi dei. Per questo erano molto venerati e molto temuti dagli esseri umani.
Venne per un tempo in cui la loro stessa sopravvivenza fu minacciata. Man mano che la famiglia degli esseri umani si allargava e aumentava la propria forza, queste bestie iniziarono a scomparire o a rinchiudersi nei luoghi pi selvaggi e remoti dove solo i viaggiatori pi intrepidi potevano incontrarli, diventando ben presto oggetto di racconti fantastici e leggendari. Tuttavia, alle origini del mondo, gli umani
- che, dopo tutto, erano anch'essi animali
- dividevano i boschi e i campi con tutti gli altri animali e con questi esseri che condividevano la natura umana e quella animale. In quell'epoca i mortali non erano padroni dei loro territori e dei loro destini. Ultimi arrivati sul pianeta, gli uomini si inchinavano davanti ai poteri della natura e onoravano gli altri animali.
Prima che igenitori di Minosse e di Teseoimparassero a coltivare la terra, gli esseri umani vivevano di caccia e di quanto raccoglievano nei boschi. Radunate in piccoli gruppi, queste popolazioni primitive abitavano un'Europa che abbracciava grandi tratti di tundra - terreni battuti dal vento ricoperti di licheni, muschi ed erbacce tempestati qua e l da gruppi di betulle e ontani. Il mondo da loro abitato era freddo e spoglio, sommerso da enormi lastre di ghiaccio che si formavano sulle montagne e poi si spingevano con forza fino ad arrivare alle pianure. Era per un mondo che offriva molte prede ai cacciatori. Branchi di mammuth, rinoceronti ricoperti di lana, bisonti e altri erbivori pascolavano nelle vaste radure.
C'erano anche animali meno mansueti da cui bisognava fuggire, come enormi leoni, felini con denti a sciabola e il pi temibile degli animali, l'orso delle caverne, una bestia feroce alta quasi tre metri.
Per i cacciatori delle origini, l'orso delle caverne era l'animale sovrano, colui che comandava su tutti gli altri. Gli umani lo veneravano convinti che il suo favore potesse far aumentare il loro bottino di caccia: credevano infatti che ricambiasse l'adorazione degli umani permettendo che alcuni dei suoi sudditi del regno animale venissero uccisi dalle frecce dei cacciatori. Chi avesse osato smettere di onorarlo, sarebbe senza dubbio morto di fame.
In seguito, molti degli erbivori e dei predatori dell'et del ghiaccio morirono e anche lo stesso sovrano degli animali scomparve. Forse fu l'innalzamento della temperatura e il clima pi caldo o forse anche gli esseri umani ebbero un ruolo fondamentale in questo processo evolutivo. Col tempo altri popoli avevano cominciato ad abitare l'Europa e avevano enormemente affinato le loro tecniche di caccia. Forse avevano anche iniziato a venerare altri dei e l'orso delle caverne era diventato una semplice preda. Alla fine, tutto ci che rimase per dimostrare il precedente potere dell'orso delle caverne furono le tombe create dai primi cacciatori che, quando si imbattevano in un orso morto per cause naturali nelle sue grotte, ne prelevavano gli enormi teschi e li seppellivano in scrigni di pietra.
L'orso delle caverne fu uno dei primi animali sovrani, ma certamente ebbe numerosi emuli nei secoli. Nell'antica Bretagna, le trib celtiche onoravano Cernunnos, signore delle foreste, che talvolta si manifestava come un enorme cervo, altre come un uomo dalle corna di cervo e talvolta in forme ancora pi grottesche. Man mano che i secoli passavano e la Bretagna soccombeva a sempre nuovi conquistatori, questo antico animale sacro scomparve da tutti i riti Finch rimasero solo gli antichi graffiti, non sempre facili da decifrare, come testimoni di queste antiche credenze. Sembra per che il Cernunnos sopravvisse molto pi a lungo, governando nelle foreste pi antiche e remote, lontane dalle fattorie e dalle citt.
Quando ormai il suo nome era stato dimenticato dalla maggior parte della gente, un guerriero gallese disse di averlo incontrato durante un lungo viaggio. L'uomo, di nome Cynon, figlio di Clydno, raccont che da una sola occhiata dell'animale sovrano si origin l'esperienza pi straordinaria della sua vita.
Cynon stava cavalcando in cerca di avventure, come era solito fare. Era andato ben oltre i confini del suo mondo, aveva attraversato montagne e percorso sconosciute spiagge e aveva trovato rifugio presso i castelli di molti signori. Uno di questi gli aveva detto che nel bosco esisteva un sentiero che portava a un'incredibile meraviglia.
Ottimista e curioso, Cynon continu a fare domande poi, la mattina dopo quella conversazione, percorse a cavallo un sentiero fangoso che attraversava i campi di orzo distesi in una valle che terminava all'imbocco di un bosco.
L iniziava un sentiero ampio e luminoso, ma la stradina che imbocc Cynon era stretta e angusta. Mentre percorreva il piccolo sentiero cominci a scendere la sera. Alberi di origini antichissime formavano una volta sopra la sua testa e le radici una fitta rete sotto gli zoccoli del suo cavallo. Di tanto in tanto Cynon si fermava per sentire se ci fosse qualche suono particolare, ma il silenzio sembrava profondo e assoluto. Non si sentiva nulla, nemmeno il fruscio che di solito ravvivava le foreste. Le foglie cadevano dai rami come fossero fiocchi di neve. Era come se la foresta fosse ferma ad ascoltare e osservare qualcosa.
Il sentiero termin all'improvviso e l'aria si rischiar. Cynon era arrivato a un piccolo prato costellato di margherite dove cinguettavano gli uccellini. Al centro dello spiazzo c'era una piccola collina verde. Un grande cervo pascolava li a fianco. La bestia alz la testa e guard Cynon, immobile, come solo un animale pu rimanere. Proprio in quell'istante, sulla montagnola apparve una creatura.
Era un uomo gigante, scuro come una notte senza luna. Le gambe erano fuse in un'unica massa che finiva in un solo piede. Si appoggiava a una sbarra di ferro e osservava Cynon con un solo occhio spalancato conficcato nel centro della sua fronte. Malgrado la costituzione robusta e muscolosa, sembrava vecchio, forse vecchio come alberi che circondavano il prato, vecchio come cielo sopra le loro teste. Non disse assolutamente nulla, ma nei suoi occhi brillava la luce della conoscenza.
"Sono Cynon, figlio di Clydnoannunci il giovane. Con suo enorme dispiacere sent la sua voce incrinarsi lievemente, risultando pi roca di quanto non fosse normalmente, ma tenne duro.
La figura nera rispose solo: "Lascia questo posto, mortale".
Cynon, per, voleva sapere: "Quali sono i tuoi poteri, signore?".
La risposta fu un piccolo movimento delle labbra che poteva assomigliare a un sorriso. "Piccolo uomo, piccolo uomodisse lentamente l'essere sulla collina "ti far vedere che cos' il potere". E con la sbarra di ferro colp il cervo sul collo. Il cervo butt indietro la testa e lanci un grido pi forte di un vento invernale. La voce del cervo risuon tra i rami degli alberi, crescendo di volume fino a che la terra stessa sembr tremare. Tutti gli uccelli tacquero.
Il grido era un richiamo che non rimase senza risposta. Da tutt'intorno al prato si alzarono dei suoni - mormorii, fruscii, sussurri. E poi, attraverso i grovigli di ramoscelli e le siepi e le vigne, arriv un'onda -per meglio dire, un'inondazione - di animali. Arrivarono a migliaia. L'erba tremava al passaggio dei serpenti che strisciavano e si piegava sotto i piedi degli istrici dall'andatura ondeggiante, degli snelli ermellini, delle giumente baldanzose, delle volpi, dei tassi dalle vesti di neve, dei cerbiatti a chiazze. Dietro di loro, i cinghiali dalle grandi zanne sbuffavano e grugnivano seguiti da lupi e gatti selvatici.
Il cavallo di Cynon si mise a sbuffare, piagnucolare, indietreggi tanto da costringere il suo padrone a tenere ben salde le redini. Le creature in arrivo, ignorando sia il cavallo che il cavaliere, si stavano disponendo attorno alla piccola altura su cui si trovava il cervo e la strana figura appoggiata alla sbarra di ferro.
A quel punto il gigante sollev la sbarra e con voce tonante disse: "Inchinatevi, creature". E in un silenzio quasi assoluto, ogni animale pieg la testa fino a toccare il terreno. Perfino i serpenti si rotolarono sulle loro schiene in modo da dimostrare obbedienza.
Cynon si mise a tremare e, incapace di resistere, inchin anch'egli il capo. La sua mente era come stata lavata da qualsiasi conoscenza o memoria e gli diceva solo di sottomettersi e obbedire.
Allora l'antica voce risuon, fredda:
"Piccolo mortale, hai visto il potere del signore della foresta. Adesso lascia questo posto". ,
Il giovane fece ci che gli era stato ordinato.
E cos, attraverso qualche squarcio nel velo del tempo, un antico dio si mostr a un uomo di un'epoca successiva come monito all'arrogante genere umano: i poteri delle origini erano ancora presenti sulla terra anche se non venivano pi esercitati. C'erano stati luoghi e tempi, tuttavia, quando la gente era pi legata alla terra, in cui questi antichi poteri avevano prosperato e avevano dato alle vite mortali enormi ricchezze e immensi pericoli.
Uno di questi luoghi era la Grecia di Teseo e del Minotauro, l dove gli dei camminavano tra i mortali travestiti da tori, aquile, serpenti, capre, cervi, arieti, volpi e tanti altri esseri viventi. In questi luoghi molti mortali sostenevano di discendere da animali sacri. Si diceva che il clan di Teseo discendesse da un serpente e per questo le loro fortezze davano sempre rifugio a questi animali nutriti poi di dolci al miele e al latte. Vi erano anche le Pallanti, il cui animale ancestrale sembra essere stato la capra, e i Leontidi, che facevano risalire le loro origini a un leone. Dati questi lignaggi, la gente poteva facilmente credere che una regina cretese, la cui famiglia aveva degli stretti legami con il toro, potesse dare alla luce un bambino con la testa di toro.
I Greci vedevano con estrema serenit la fusione di forme umane con forme animali. La trasformazione e la metamorfosi sembravano parte integrante del tessuto delle loro vite tanto che anche le bestie pi comuni erano considerate misteriose.
L'usignolo e la rondine, per esempio, un tempo erano state delle donne. La rondine era Procne, figlia del re di Atene, e l'usignolo era Filomela, sua sorella.
La loro storia era lunga e complicata. Procne aveva sposato Tereo, un re nel nord - ovest del paese, e gli aveva dato un Figlio. Il marito per, dopo averla rinchiusa e averle tagliato la lingua per garantire il suo silenzio, l'aveva lasciata per Filomela. Quest'ultima, ignara di tutto, lo spos. Quando le due sorelle scoprirono di essere state tradite, si vendicarono sul figlio di Tereo, le cui carni stufate vennero servite al re per cena.
Quando Tereo scopr di cosa si era nutrito, and in cerca delle due donne con l'intenzione di ucciderle. Gli dei, per, per evitare ulteriori spargimenti di sangue, decisero di porre fine alla vicenda ricorrendo alla metamorfosi. Filomela fu trasformata in un usignolo destinato, con i suoi canti notturni, a piangere per sempre il bambino ucciso. A Procne, invece, fu data la forma di una rondine in grado solo di garrire volando in cerchio nel tentativo di sfuggire all'upupa, l'uccello in cui era stato trasformato Tereo.
Innumerevoli erano le leggende sugli animali e le metamorfosi, anche se non in tutte l'intervento degli dei era spinto da piet. Il destino del re Mida, per esempio, sembrava essere stato causato pi da un capriccio divino che da un atto di giustizia.
Mida viveva in un regno della costa orientale della Macedonia. Era membro di una ricca dinastia amante dei piaceri terreni da cui aveva ereditato un certo gusto per l'opulenza e lo sfarzo: gi da fanciullo si era conquistato una certa fama grazie al suo splendido giardino di rose. Da adulto fu adottato dal re della Frigia, regione dell'attuale Turchia, che non aveva figli e aveva bisogno di un erede al trono. Mida divent un sovrano temuto e rispettato fino a quando non ebbe la sfortuna di offendere un dio. Anche se si trattava di una cosa di ben poco conto - aveva detto di preferire la musica del dio-capra Pan a quella di Apollo, dio del sole - le conseguenze di un simile errore furono senza dubbio enormi.
Il re si svegli un giorno per uno strano fruscio che proveniva dal lenzuolo sotto la sua testa. Si gir e, con la coda dell'occhio, vide una striscia di un marrone grigiastro. Era un orecchio d'asino, lungo e appuntito, attraversato da piccole vene, ricoperto e orlato di pelo scintillante. Il re fece correre la mano sull'orecchio fino ad arrivare alla radice, che si trovava nella sua stessa testa, e allora cap cos'era successo: il dio offeso si era vendicato regalandogli due orecchie d'asino.
Una sola persona vide il segno della colpa del re: il suo barbiere. Quella mattina l'uomo entr nella sala reale dai muri dipinti di bianco e trov il suo padrone seduto accanto alla finestra con il volto terreo.
Dai capelli del re spuntavano, da entrambi i lati, le lunghe orecchie d'asino. A ogni minimo suono, si muovevano spontaneamente. A quella vista, il barbiere riusc a stento a trattenere le risa. Attese in silenzio che il re dicesse qualcosa.
"Esaminale con attenzionegli ordin Mida. La sua voce aveva assunto una lieve raucedine che ricordava vagamente il raglio singhiozzante di un asino.
Il barbiere esegu l'ordine toccando e palpeggiando le orecchie in tutta la loro lunghezza fino alla base tra i capelli del re. Scopr cos che la testa del sovrano aveva assunto una forma che si adattava alle orecchie d'animale, che, peraltro, ospitavano una ben nutrita colonia di pulci.
Anche se il racconto ha in se qualcosa di comico a causa del tipo di deformit di cui si parla, la faccenda era tremendamente seria. A quei tempi, la persona del re si credeva che fosse investita di poteri mistici e in molti paesi i sovrani che mostravano evidenti difetti fisici erano costretti ad abdicare. Perfettamente consapevole dei rischi che correva la sua posizione a corte, il barbiere diede a re Mida un modo per nascondere la deformit: un cappello a pi strati come quelli che indossava la maggior parte degli abitanti della Frigia. Poi, su ordine di Mida, giur che non avrebbe mai rivelato a nessuno e per nessun motivo il segreto del re.
Sfortunatamente, per, il barbiere era un uomo molto loquace, abituato alle chiacchere conviviali e ai pettegolezzi delle sale della servit. E di certo al barbiere non era mai capitato di venire a conoscenza di un pettegolezzo pi divertente di quello sulle orecchie del re. L'uomo moriva dalla voglia di raccontarlo in giro e soffriva per il suo giuramento davanti al re; solo il timore per la propria vita riusciva a trattenerlo dal dire tutto in giro.
Il re rimase chiuso nelle sue stanze per alcuni giorni; il barbiere lo vide ogni giorno soffrendo sempre di pi per il proprio silenzio.
Dopo qualche tempo, il poveruomo credette di aver trovato un modo per ritornare alla pace e alla serenit. Si allontan dalla citt tutto solo fino alla riva di un fiume. L scav una buca e, con enorme sollievo immediato, vi sussurr il proprio segreto: "Il re mio signore ha le orecchie d'asino". Disse solo questo poi richiuse la buca e torn alle sue faccende.
Purtroppo, il dio di quel fiume aveva non solo orecchie per sentire, ma anche molte bocche per parlare. Le parole del barbiere furono imprigionate tra le canne del fiume che le ripetevano a ogni alito di vento rivelando cos il castigo del re a tutti quelli che passavano.
Il barbiere fu subito giustiziato, mentre Mida, ormai oggetto di scherno da parte di tutti i sudditi, si uccise bevendo il sangue di alcuni tori sacri. Mor tra le pi atroci agonie, in quanto solo le sacerdotesse della Grande Dea potevano assaggiare il liquido sacro senza essere immediatamente punite.
La metamorfosi, tuttavia, era uno degli strumenti a cui le divinit ancestrali ricorrevano pi raramente. Gran parte delle creature che scorrazzavano sulla terra non era il frutto di trasformazioni o di strani e ridicoli incroci tra specie diverse. Esse erano nate cos come gli uomini le avevano conosciute e appartenevano a razze antichissime spesso figlie degli dei.
Tra questa specie di potenti creature c'era quella dei centauri, una trib che viveva di caccia nelle foreste sul monte Pelio, nelle regioni pi settentrionali della Grecia. Talvolta ai pastori, o anche ai viaggiatori, poteva capitare di vederne uno sfrecciare velocissimo per il pendio della montagna. Queste creature avevano la
testa di un uomo, una schiena molto arcuata e braccia forti e muscolose; quando venivano visti immobili tra gli alberi essi sembravano infatti in tutto e per tutto degli esseri umani, con l'unica particolarit di essere molto alti. Ogni minimo movimento, per, metteva in risalto l'enorme differenza che passava tra i centauri e i mortali: alla base della spina dorsale, la pelle di queste creature si ricopriva di un foltissimo pelo e la spina dorsale stessa si fondeva con le spalle e la schiena di un cavallo.
I centauri discendevano da una razza mortale che aveva tentato di profanare una dea. Si narrava che un re della Tessaglia, di nome Issione, cerc di sedurre la dea Era, sposa di Zeus, padre degli dei dell'Olimpo; come punizione, il potente dio diede a una nuvola l'immagine della moglie, per confondere Issione, il quale si trov cos a giacere con un fantasma. Da questa unione nacque Centauro, che fu esiliato sul monte Pelio dove si accoppi con le giumente selvagge e diede origine alla trib dei centauri.
Indipendentemente dal proprio lignaggio, la trib era fiera della propria natura. I centauri, malgrado fossero per met cavalli, si nutrivano di carne cruda e andavano matti per il vino che li rendeva pericolosi per chiunque li incontrasse.
Tra i centauri ce n'era uno la cui discendenza era del tutto particolare e lo rendeva diverso da chiunque altro. Il suo nome era Chirone, figlio di un dio e di uno spirito del mare. Gli uomini lo chiamavano la Bestia Divina, perch possedeva qualit straordinarie nel campo della musica, della medicina e dell'arte della guerra. Era chiamato a fare da maestro di queste discipline sia agli uomini che agli dei. Tra i suoi allievi c'erano anche Giasone, Achille ed Eracle, quelli che poi diventarono eroi noti in tutto il mondo.
I ragazzi trascorrevano lunghe ore sul dorso del Centauro, cavalcando per i freschi pendii della montagna e della pianura e ascoltando le sue canzoni che parlavano della magia della terra e dei poteri degli elementi. Di notte, durante gli anni del loro tirocinio, dormivano in una caverna, in compagnia della Bestia Divina.
Nessuno di loro dimentic mai la sua saggezza e la sua pazienza; e anche dopo che lo ebbero lasciato per andare a dimostrare il proprio valore tra i loro simili, non persero mai occasione per tornare da lui, a chiedere consiglio e a crogiolarsi al sole che circondava il centauro. Fu durante una di queste visite che Chirone incontr la morte.
Eracle, un giorno d'estate, decise di tornare dal suo vecchio maestro per raccontargli dei suoi gloriosi successi. Appoggiato alla sua lancia, con gli occhi semichiusi all'ombra di un albero, Eracle parl per ore e ore.
Chirone ascoltava placidamente, limitandosi a sollevare un sopracciglio quando gli sembrava che Eracle stesse un po' esagerando le sue imprese, vantandosi spudoratamente. Trascorso un po' di tempo, il centauro cammin Fino al cavallo su cui erano sistemate tutte le armi di Eracle e, con la sua solita curiosit, inizi a ispezionare l'attrezzatura del mortale. Da una faretra di cuoio estrasse una freccia e cominci a rigirarsela tra le mani.
"Fai attenzione, maestrogli disse Eracle. "Quelle frecce sono impregnate di un
liquido magico". Chirone corrug la fronte e rispose: "Un trucco sleale per un guerriero". Lasci allora cadere a terra l'arma, che accidentalmente rimbalz andando a ferire la gamba anteriore del centauro. Grosse gocce di colore scarlatto macchiarono il terreno sotto di lui.
Eracle corse immediatamente verso di lui, ma non arriv in tempo. Il centauro era steso al suolo, le zampe si muovevano in modo convulso e della schiuma bianca gli usciva dalla bocca. Rimase a terra sofferente per ore, mentre Eracle, impotente, piangeva perch il veleno non aveva antidoto e Chirone, essendo immortale, non poteva avere nemmeno il sollievo della morte. Avrebbe dovuto soffrire in eterno.
Gli dei per ebbero piet di lui; dopo infinite suppliche da parte di un Eracle disperato, concessero all'essere sovrannaturale di morire e ritrovare la pace. E fu cos che Chirone scomparve. I Greci dicevano che Zeus trasfer la sua fama nella costellazione del Sagittario, il saggio arciere con il corpo di centauro.
La storia di Chirone dimostrava che anche gli immortali potevano soccombere per opera dei mortali, lasciando dietro a s un vuoto silenzioso. Gli esseri umani, per, sembravano non essere consapevoli della gravit di queste azioni e di cosa in realt la terra stesse perdendo. Essi volevano solo governare il mondo e trovare spiegazioni per tutto ci che accadeva attorno a loro di misterioso. Per questo gli dei-animali erano considerati esseri inquietanti, perch non potevano essere totalmente compresi.
La storia del potente Dioniso - lo stesso che aveva dato rifugio alla principessa cretese Arianna abbandonata a Nasso da Teseo - fornisce un'ulteriore prova di questo atteggiamento degli esseri umani. Dioniso era il dio del ciclo della natura, che regolava le fasi di declino e abbondanza, protettore della natura selvaggia e feconda. Vagava incessantemente per le terre conosciute e dovunque si fermasse poteva far sgorgare una fonte di latte o di vino dal terreno.
Egli era a capo di una vasta gamma di esseri. Alcuni erano met uomini e met bestie, come i fertili satiri, dediti ai piaceri del sesso che avevano il corpo di uomini e le gambe di capra. Alcuni erano donne mortali, chiamate menadi o baccanti, che celebravano il dio con riti praticati sulle montagne selvagge indossando maschere di linci o volpi o leoni (Dioniso poteva prendere l'aspetto di diversi animali).
Anche se Dioniso era il dio delle gioie scatenate, egli era anche il pi sanguinoso dei figli di Zeus. Al termine dei riti a lui dedicati, i partecipanti tornavano in citt in uno stato di sfinimento totale, trascinando le loro maschere di animali, gli abiti ridotti a brandelli, i volti pallidi per la stanchezza, macchiati di sangue rappreso. Portavano con s anche le prede della carneficina notturna appena conclusasi, spesso gli arti o le teste di altri esseri umani che le menadi avevano fatto a pezzi mentre erano invasate dal dio.
La punizione per i mortali che si rifiutavano di adorare Dioniso erano tremende: le energie che i suoi riti generavano davano vita non solo a un gioioso senso di libert, ma anche a una tendenza distruttiva selvaggia e bestiale che accecava i partecipanti.
L'ancestrale magia della figura di Dioniso - affascinante e pericolosissima allo stesso tempo - era ben rappresentata dalla variet di figli, per met animali, generati dal dio. Anche se questi semidei conducevano spesso una vita umile, essi avevano il rispetto degli umani, che temevano anche solo di incontrarli, come accadeva con Pan, dio dei pascoli.
Pan era un allegro pastore che viveva di caccia sulle montagne del Peloponneso. Anch'egli, come i satiri di Dioniso, era un dio-capra, ma preferiva un'esistenza solitaria alle gozzoviglie dei suoi simili. Aveva la testa e il torso di un uomo, ma le orecchie pelose erano a punta e tra i capelli spuntavano due piccole corna, le gambe irsute, poi, finivano in un paio di splendenti zoccoli fessi. Non si sapeva con certezza chi l'avesse partorito, ma tutti concordavano nel dire che la madre, spaventata dalla bruttezza del bambino, doveva averlo abbandonato nei boschi appena nato pensando che sarebbe morto poco dopo. Invece, il dio-capra crebbe e rimase per secoli sulle montagne, dove, grazie ai suoi arti inferiori, poteva saltare da un picco all'altro con facilit.
Anche il dio Pan, come i satiri, amava i piaceri della carne. Si diceva che avesse giaciuto con tutte le menadi seguaci di Dioniso durante le loro celebrazioni selvagge e che avesse avuto dei figli da molte delle ninfe che vivevano negli alberi o nei laghi delle montagne. A differenza di molti altri dei, egli sapeva accettare anche i rifiuti delle creature che corteggiava. Si diceva che la ninfa Pitys si fosse trasformata in un abete per sfuggire alle avance del dio-capra. Pan allora aveva tagliato un ramo profumato dell'albero da cui aveva fatto una corona che indossava in suo onore.
E i flauti che si sentivano risuonare nei luoghi da lui abitati avevano un'origine simile. Invaghitosi della sua timidezza, Pan aveva attirato Siringa, una ninfa delle montagne, fino alle rive di un fiume. La fanciulla saltellava rapidamente mentre correva verso le acque per sfuggire al dio. Alla fine Pan riusc a raggiungerla ma una volta che l'ebbe tra le braccia la vide scomparire lentamente fino a confondersi tra le canne del fiume. Siringa si era magicamente trasformata in un giunco e Pan, malgrado le ricerche, non riusc pi a ritrovarla. Decise allora di tagliare alcune delle canne per costruire i suoi flauti, che emettevano un suono dolce come la donna che gli era sfuggita.
Queste erano le storie che i pastori greci si raccontavano durante l'inverno, chiusi nelle loro capanne di rami.
Parlavano con affetto di questo dio che proteggeva i loro greggi tenendo lontane le bestie feroci e che li aiutava nella caccia.
Il dio-capra era sempre accanto a loro. In gennaio, quando gli animali partorivano, i suoi flauti risuonavano per far compagnia alle pecore gravide. Alla fine di marzo, quando si udiva il richiamo del cuculo e i pastori preparavano le greggi con i campanelli per condurle nei pascoli estivi, egli, non visto, vegliava sugli animali e gli uomini perch arrivassero sicuri a destinazione.
 La stagione che pi gli si confaceva per, era l'estate. Quando il sole batteva sui ripidi pendii dell'Arcadia e gli anemoni costellavano l'erba verde, quando la luce chiara scintillava sulle ali dei gheppi che volavano in circolo, Pan diventava la guardia della natura. Per lunghe ore riposava all'ombra dei cipressi mentre, molto al di sotto di lui, i suoi sorvegliati conducevano le loro piccole vite. I pastori dormicchiavano sui prati, con i bastoni sotto le ginocchia e gli occhi semichiusi che controllavano le greggi di pecore e capre al pascolo.
Quei lunghi pomeriggi estivi non presentavano pericoli per i mortali fino a che 1 dio-capra rimaneva a osservarli con i suoi strani occhi castani. Sapevano della sua presenza dal suono del flauto o dai fruscii tra le fronde o dal rumore del bastone sulle rocce. Ma non potevano vederlo, n la cosa poteva interessare loro: solo gli imprudenti cercavano di vedere il dio.
Ad alcuni pastori, per, accadde di incontrarlo per caso. Successe per esempio che un uomo abbandon il suo gregge nell'ora in cui il sole batteva pi forte. Si avventur fino a una radura dove le api ronzavano attorno ai fiori di timo e, tra le foglie, scorse due orecchie appuntite. Quel momento segn la sua disgrazia. Un urlo atroce squarci l'aria fino a fendere il suo teschio; l'aria sopra la sua testa si alz mentre la cecit scese sui suoi occhi. Non perse la vita, ma rimase per sempre sciocco e stupido, toccato dal potere di Pan.
cose di questo genere accadevano durante l'infanzia del genere umano che, come ogni infanzia, era allo stesso tempo sicura e piena di pericoli. E come ogni infanzia, piano piano lasci spazio all'et adulta. Mentre l'umanit si faceva sempre pi invadente, pi forte e pi vecchia, gli dei-animali lentamente scomparvero. Alcuni storici sostenevano che gli ultimi esemplari scomparvero durante il regno dell'imperatore romano Tiberio, nel primo secolo dopo Cristo, e che il fatto fu annunciato al capitano di una nave egiziana di nome Thamus.
La sua nave, diretta a Roma, costeggiava le coste del Peloponneso. Appena superata l'isola di Paxos il vento si calm e su tutto il mare scese una calma immobile. Prima ancora che gli schiavi delle galere potessero calare in acqua i loro remi, dall'isola giunse un richiamo. Si sent una voce - di origine divina sostenne l'uomo in seguito - che gridava: "Thamus!".
Il capitano si mise a scrutare la spiaggia e di nuovo sent chiamare il suo nome due volte. Alla fine Thamus, in piedi sulla prua, rispose: "Ascolto!".
"D a tutti che il grande dio Pan  mortointon la voce. Poi torn al silenzio.
In preda al terrore, la ciurma di Thamus si mise ai remi. All'isola successiva - probabilmente Cocyra - venne eseguito solennemente l'ordine che gli era stato impartito. Fece segno ai rematori di fermarsi. Quando la nave fu abbastanza vicina alla terra, si alz in piedi e grid il messaggio di lutto verso l'isola. Poi gli egiziani si allontanarono rapidamente dalle rocce scoscese. Lasciarono alle loro spalle l'eco di un enorme lamento, come se ogni roccia e fiume della Grecia stessero piangendo per la morte del dio-capra.
Alcuni, sostennero che Thamus avesse frainteso il messaggio della voce di origine divina; altri invece cercarono di convincersi che era una storia inventata dai cristiani per provare che il loro nuovo dio aveva soppiantato quelli pi antichi. Thamus per era convinto di quello che aveva sentito e non sment mai il suo racconto.
In fondo, era vero che gli antichi dei e le bestie divine stavano abbandonando il mondo civilizzato.
Nelle montagne dell'Arcadia, i flauti ridenti di Pan tacquero per sempre, anche se i pastori insistevano ancora che, quando il vento tirava in una certa direzione, una melodia spettrale si spandeva tra i rami dei pini. Gli uomini-capra non avrebbero pi celebrato il dio Dioniso, anche se i loro riti diedero impulso a una delle pi importanti forme di intrattenimento per gli esseri umani. Negli anfiteatri, ad Atene e nelle altre citt della Grecia, uomini con maschere di animali recitavano e cantavano i tragedoi, ovvero "le canzoni delle capre". Era l'origine del grande teatro greco.
Fu nelle spiagge lontane dalle prime grandi civilt che diverse strane creature a lungo perpetrarono la memoria dell'antico mondo. Ma anche questi sparuti superstiti dei giorni antichi alla fine si videro costretti ad affrontare una nuova e pi forte razza che stava prendendo il sopravvento.
Questo fu il caso dell'Irlanda. Era un'isola lontana dal continente, circondata da acque grigie, ricoperta per da un verde rigoglioso. Grosse trote nuotavano nei suoi ruscelli e i cervi saltellavano sulle sue montagne; le valli erano rigogliose di noccioli e cespugli dalle grosse bacche. L'Irlanda era un paese accogliente per gli stranieri anche se diverse trib combatterono tra loro per ottenere la supremazia del territorio. Al tempo del primo conflitto, le parti in causa erano tre.
A lanciare la sfida furono i Tuatha D Danann, che si pensava fossero maghi o addirittura dei. Malgrado avessero l'aspetto di esseri umani, la loro incredibile bellezza faceva pensare a degli esseri divini. Erano scesi dalle terre del nord che nessuno aveva mai visto ed erano stati accompagnati da una nebbia che aveva accecato per giorni l'intera isola.
In Irlanda i Tuatha avevano trovato insediati gi due popoli. Dopo una lunga serie di battaglie e di complessi trattati diplomatici, le tre popolazioni raggiunsero una pace non facile. In particolare uno di questi gruppi, una trib che si diceva discendesse da schiavi greci fuggiti dalla madrepatria, era incapace di opporre agli altri due una seria resistenza e fu quindi relegato a occupare un fazzoletto di terra nella parte occidentale del paese. Il secondo di questi gruppi era invece molto potente e i Tuatha furono costretti a pagare loro dei tributi per poter rimanere sull'isola. Alcuni Tuatha avevano addirittura contratto dei matrimoni misti con questa strana razza.
I suoi membri erano chiamati Fomoriani e si diceva che avessero un tempo navigato negli oceani che circondano l'Africa. Qualunque fosse la loro origine, era evidente che essi avevano in tutto e per tutto l'aspetto di strani esseri superstiti di tempi pi antichi in cui dominava il caos che aveva seguito la creazione del mondo. Alcuni di essi avevano una sola gamba e un solo occhio. Alcuni avevano corpi di uomini e teste lucenti di cavallo. Alcuni avevano l'aspetto di pesci, camminavano eretti sulle pinne, avevano le squame e una forma oblunga da cui sbucava una enorme testa umana con in viso un'espressione dolente. Pochi di loro potevano essere considerati, almeno fisicamente, degli esseri umani di belle fattezze.
I belligeranti Fomoriani dominavano l'isola vivendo delle tasse imposte sul raccolto dei campi e dei pascoli delle campagne, anche se preferivano vivere reclusi nella loro fortezza costruita su un'isola della costa nordoccidentale. Il luogo aveva un aspetto terrificante visto dal mare. Al suo centro sorgeva una torre di vetro trasparente e, all'interno di questa torre, si scorgeva qualcosa che poteva sembrare un gruppo di uomini. Coloro che si avvicinavano troppo all'isola vedevano le loro navi affondare per opera di onde malvagie mosse da qualche stregoneria.
Il capo dei Fomoriani si chiamava Balor Che Colpisce Forte. Era un ciclope e il suo unico occhio era sempre chiuso. Il suo sguardo bastava per uccidere. In caso di estrema necessit durante le battaglie le guide sollevavano la palpebra con un anello di avorio, in modo che, chiunque entrasse nel suo raggio visivo era destinato a una morte immediata, bruciato internamente da un'oscura forza.
Balor aveva un nipote, che il destino volle diventasse la sua rovina. Il ragazzo era il frutto di un'unione segreta tra la figlia di Balor - che possedeva la bellezza umana di alcuni Fomoriani - e di un guerriero Tuatha. Quando Balor scopr l'esistenza del bambino, lo fece gettare in mare avvolto in fasce, perch una profezia diceva che Balor avrebbe trovato la morte per mano di un suo stesso nipote. Il bambino fu per salvato dai capi dei Tuatha -suoi parenti - e cresciuto in segreto per timore dell'ira dei Fomoriani.
Quando il ragazzo divenne adulto and a presentarsi al re dei Tuatha. Nel giovane, i diversi poteri delle due razze avevano dato vita a capacit umane davvero formidabili: egli era un guerriero, ma anche un poeta, un arpista, un mago, un fisico, un lavoratore dell'ottone e,un fabbro. Non c'era quindi alcuna attivit di tipo creativo in cui il ragazzo non eccellesse. Non solo, si diceva che il volto fosse quello di un dio - cos saggio e splendente che nessun mortale poteva sostenerne lo sguardo. Il giovane si chiamava Lugh dalla Lunga Mano, per via della sua forza, e fu subito considerato il nuovo difensore dei Tuatha, colui che avrebbe finalmente potuto liberarli dall'oppressione fomoriana.
Il suo primo passo alla ricerca della libert fu l'assassinio. Venne il giorno in cui arrivarono alla fortezza dei Tuatha gli esattori delle tasse fomoriani a riscuotere il dovuto. Si trattava di un gruppo di creature spaventose, alcune prive di capelli ma simili a scimmie, altre con l'aspetto di capre, altre tonde e rosse come se l'argilla di cui sembravano essere fatte non fosse ancora asciutta. Una di queste, il viso coperto da un velo bianco e il corpo avvolto in un lungo mantello, sedeva a dorso di un cavallo, si vedevano solo i piedi penzolare sotto la pancia dell'animale, e quei piedi avevano lunghi artigli.
Nel cortile della fortezza, and incontro a loro Lugh dalla Lunga Mano e li uccise tutti, tutti eccetto nove di loro. Quei nove furono rispediti a Balor perch potessero raccontare cosa era accaduto. Subito dopo, il giovane cominci a radunare l'esercito e le armi dei Tuatha per prepararsi alla battaglia che presto si sarebbe svolta.
Non dovette aspettare a lungo. Quando Balor sent il racconto degli esattori sopravvissuti, radun tutti i suoi marinai e i suoi soldati. In navi dalle vele colorate, scesero fino all'isola e poi attraversarono il paese lasciando dietro di s una scia di morte e distruzione.
Incontrarono l'esercito dei Tuatha in una pianura a Mag Tured, nella regione dell'Irlanda detta Connacht. La battaglia continu per giorni, anche perch all'inizio Lugh dalla Lunga Mano non si fece vivo: il re Tuatha, temendo per la sua sorte, lo aveva imprigionato. Lo scontro stava volgendo a sfavore dei Tuatha, fino a quando Lugh riusc a liberarsi delle sue guardie e, correndo, arriv alla pianura che serviva da terreno di battaglia.
Ne segu una terribile carneficina.
Molti uomini ed esseri dal diverso aspetto incontrarono in quel luogo la morte. Sul campo, l'orgoglio e la vergogna erano mescolati a crudelt e rabbia. Il cozzare delle lance sugli scudi, e delle spade tra loro, e le grida dei combattenti e lo sferragliare delle guaine erano come dei tuoni nella battaglia. Molti scivolarono nel sangue sotto i loro piedi e caddero sbattendo la testa gli uni contro gli altri mentre il fiume port via i corpi di amici e nemici insieme mescolati.
Poi Lugh dalla Lunga Mano incontr suo nonno, Balor. Il capo dei Fomoriani era in piedi su un carro da guerra circondato da guerrieri del suo esercito che gridavano. Il suo enorme occhio era ancora chiuso. Fino a quel momento i Fomoriani avevano creduto di non aver bisogno di quell'ultima potentissima arma. Il giovane lanci al gigante una sfida e Balor salt a terra. I guerrieri attorno ai due si allontanarono per lasciare ai due spazio sufficiente.
Allora Balor disse: "Apritemi l'occhio, che voglio vedere questo chiacchierone". Le sue guide avanzarono sistemando l'anello d'avorio che di solito usavano per compiere la difficile operazione. Nello stesso istante, per, Lugh lanci la sua lancia che vol dritta al bersaglio con tanta forza da trapassare il cranio di Balor e colpire il Fomoriano dietro al capo, portando con s i frammenti dell'occhio e un fiotto di sangue. E ogni creatura toccata dall'occhio appena esploso mor sull'istante in una tremenda agonia.
Ebbe cos inizio la disfatta dell'antico popolo. Privati del loro capo, i Fomoriani si diedero alla fuga mentre gli uomini dei Tuatha li inseguivano. Alla fine, di quell'enorme esercito rimasero solo quattro guerrieri. Si disse che quei quattro furono risparmiati e che, scacciati dall'Irlanda, andarono a rifugiarsi nelle isole pi a nord.
I Fomoriani, forse gli ultimi esseri del potente vecchio ordine a essere eliminati dal nuovo, erano comunque destinati a scomparire. Erano una razza che si era indebolita, la sua gente era una raccolta di parti di bestie unite a caso, i loro poteri stavano diminuendo e piano piano il loro predominio non veniva pi sostenuto da elementi magici, ma solo dalle forze armate. I quattro Fomoriani superstiti, nascosti nelle loro isole, non furono mai pi visti. Del resto, se anche qualche essere umano li avesse incontrati, non li avrebbe considerati niente pi di un'orrenda stranezza.
Questo era l'ineluttabile destino delle bestie che abitarono il mondo subito dopo la creazione. Scomparvero tutte. Senza gloria. Senza dimostrare il loro valore in battaglia. Si ritirarono dalla vista umana o furono mandate in esilio o uccise. Il genere umano era l'erede legittimo del mondo.
E cosa rimase di queste creature? Niente di pi che qualche voce, qualche racconto dei viaggiatori, qualche confusa visione di pietose creature che forse esistevano solo nella mente degli scrittori, perch i viaggiatori e gli scrittori greci, come Erodoto e Ctesia di Cnido e i loro successivi imitatori, non videro mai le grandezze che ancora sopravvivevano nascoste in qualche angolo del mondo. Essi si limitarono a raccontare gli aspetti ridicoli e grotteschi di creature fisicamente non troppo dissimili dagli umani.
Invece della grazia e della forza dei centauri o della potenza di Cernunnos il dio-cervo, essi raccontarono - sulla base di prove non sempre molto attendibili - di trib selvagge con uomini dalla testa di cane, orrendi e inarticolati, che abbaiavano invece di parlare. Invece dell'allegria del saltellante Pan, essi ci offrirono i racconti di stupidi mostri: gente le cui orecchie arrivavano a terra e potevano essere usate come coperte; popoli con piedi talmente grandi da poter esser usati come parasole; uomini i cui menti arrivavano a met petto e gente che sembrava essere normale eccetto che per una lunga coda.
In realt, quello che ci offrono questi storici  solo una monotona ripetizione poich, dopotutto, ai loro tempi, il genere umano aveva da poco iniziato a governare la terra. L'idea che gli animali potessero avere qualit divine non piaceva a nessuno. Essi non sapevano che tali meraviglie erano ancora presenti, ignoravano che in India e in Cina gli animali ancora dominavano gli uomini, che nelle distese russe volavano uccelli che avevano doti ben superiori a quelle degli umani o degli altri volatili. E mentre sentivano parlare e scrivevano dell'unicorno, che ancora abitava timidamente le dense foreste, nemmeno un uomo era riuscito a vederlo e a capire quali fossero i suoi reali poteri e quale la sua bellezza.


LO ZOO DIVINO DELL'EGITTO
Ai tempi dei faraoni egiziani, quando sulle rive del Nilo sorgevano i templi e le piramidi, la presenza costante degli dei veniva percepita ovunque, anche tra gli animali che popolavano la terra. L'ippopotamo, che si rotolava nel fertile fango del fiume, ospitava lo spirito di Taweret, la divinit che proteggeva le donne incinte.
Il coccodrillo, che nuotava quasi immobile nelle acque basse del Nilo, era l'incarnazione di Sebek, guardiano della vita del fiume. Il gatto dal pelo lucente che si crogiolava sulle pietre dei templi scaldate dal sole era Bast, dea del piacere. Perfino la rana che saltellava tra i giunchi nell'acqua era considerata un essere divino.
Tutti gli animali che camminavano, nuotavano o volavano avevano poteri sovrannaturali. Ecco perch non era affatto sorprendente che gli dei pi importanti si manifestassero secondo le diverse forme degli esseri mortali che governavano. Osiride, supremo signore della creazione e dell'ordine, prendeva la forma di uomo. Suo fratello Seth, malvagio signore del disordine, aveva il corpo di uomo ma il volto di iena, una creatura del deserto che simboleggiava la morte. La regina di Osiride, Iside, che regnava sui venti, era una donna con ali di falco. Ogni anno quelle ali grandi e robuste portavano la brezza vivificatrice della primavera su tutta la terra.
Iside era infatti colei che dava la vita. Gli egiziani raccontavano che Seth, potente nella sua forza distruttrice, era riuscito a uccidere Osiride, lo aveva fatto a pezzi e ne aveva sparso le membra per tutto l'Egitto affinch non potesse essere ritrovato. Iside allora, spinta dal profondo dolore per la perdita del compagno, continu a cercare senza sosta fino a quando non riusc a ricomporre il corpo dell'amato. Poi, con le sue grandi ali, soffi la vita nel corpo esanime affinch Osiride potesse tornare a parlarle. Ma nemmeno il potere di Iside poteva sconfiggere la forza del caos. Osiride fu costretto a scendere nell'aldil lasciando Iside con un figlio, Horus, il dio con la testa di falco, per combattere Seth e il potere malvagio. E fu proprio mentre il falco e la iena combattevano che il mondo cadde nel disordine. Nel deserto imperversavano le tempeste, nelle pianure un tempo fertili gli animali combattevano tra loro, nei fiumi, i pesci si divoravano gli uni con gli altri. E finch gli dei continuarono a combattere, il mondo rimase nel buio e nel caos. Alla fine, per, tutte le creature divine del mondo si riunirono per decidere e giudicare - Sebek, il dio con la testa di coccodrillo e tutte le divinit minori dei campi, dei focolari e dei villaggi, tutti guidati dal signore della giustizia e dell'equilibrio, Thoth, che prese la forma di un ibis bianco. E il giudizio finale che tutti loro di comune accordo espressero fu questo: Horus doveva prendere il posto di Osiride suo padre e Seth doveva utilizzare tutti i suoi poteri per fare da guardiano al sole e diventare per sempre un servitore invece di un signore.
Osiride, invece, rimase eternamente diviso da Iside, la sua triste sposa alata. Mentre Iside volava sulla terra chiamando sui campi la luce e la vita a primavera, Osiride rimase per sempre nel mondo dei morti.

 La sanguinosa rovina di un eroe Si diceva che alcuni centauri derivassero il loro potere dal sangue divino che scorreva nelle loro vene. Fu quello che scopr l'eroe Eracle, anche se troppo tardi.
Eracle spos una donna di nome Deianira, figlia del re di Caledonia. Mentre era in viaggio con lei verso la loro dimora arriv a un fiume che era in piena. Guardiano del fiume era nesso, un centauro. Vedendo la giovane sposa accanto al marito, la strana creatura si offr di portarla sull'altra riva. Eracle gli consegn allora la moglie, ma non appena si rese conto che nesso aveva l'intenzione di portare via la donna con s per il suo proprio piacere lo colp alla schiena con una freccia. Messo allora, dotato di poteri straordinari, trasform la donna in un terribile strumento di vendetta.
"Se l'amore di tuo marito dovesse calaredisse il centauro alla giovane "intingi la veste nel mio sangue e avvicina il brandello di stoffa alla sua pelle. In questo modo accenderai di nuovo in lui la passione dei primi tempi".
Deianira, giovane, insicura e desiderosa solo dell'amore del suo eroe, asciug il sangue del centauro con la sua veste prima di raggiungere Eracle e proseguire con lui fino a casa.
Gli anni passarono felici fino a quando lo sguardo di Eracle cominci a soffermarsi anche su altre donne. Deianira se ne accorse subito e, in un attacco di cieca gelosia, si ricord di ci che le aveva detto la creatura met uomo e met cavallo. Decise allora di tessere una tunica utilizzando il filo del suo abito che aveva intinto nel sangue del centauro tanto tempo prima, per farne dono al marito. Eracle indoss immediatamente la veste per far felice la moglie.
Il sangue del centauro si rivel, per, un potente veleno per gli esseri umani e la tunica prese fuoco sulla pelle di Eracle consumandogli la carne e le ossa. In un agonizzante dolore ordin che si preparasse la pira per il funerale e quando fu pronta vi si gett sopra lasciandosi morire tra le fiamme.
Deianira invece, dopo aver scoperto cosa aveva fatto, decise di uccidersi impiccandosi. Il triste epilogo rimase come monito per le nuove razze che talvolta, ingenuamente, credevano di poter sconfiggere quelle pi antiche e misteriose con troppa facilit.

Notti di baldoria e sacrifici selvaggi.
Pieni di mistero erano i poteri dei primi e pi antichi dei, troppo grandi perch gli umani potessero resistervi. Dioniso, dio della natura fertile e delle vigne, signore della metamorfosi, principe del caos, concedeva enormi piaceri ai satiri e ai mortali che lo veneravano, mentre riservava tremende punizioni per chi non riconosceva la sua divinit.
Uno dei mortali che commise l'errore di disprezzare Dioniso fu Penteo, re di Tebe, il quale era molto offeso dai comportamenti della madre e delle altre donne che praticavano i riti in onore del dio ballando nude tra i pini del Monte Citerone, vicino alla citt. Una notte, durante uno di questi riti, Penteo tent di fermarle.
Non volle dare ascolto ai suoi consiglieri che gli dicevano di non mettersi contro nessun immortale e, al colmo della presunzione, Penteo una notte segu le donne sulle montagne nascondendosi tra i rami di un cespuglio per spiarle mentre volteggiavano e saltavano. Le baccanti, cos si chiamavano le partecipanti di queste cerimonie selvagge, indossavano maschere di capre e lepri mentre pelli di cerbiatto cingevano le loro spalle bianche e nel loro occhi brillava una luce che mostrava qualcosa di pi del semplice piacere. Quelle donne erano in uno stato di trance e completamente libere dai vincoli che regolavano la vita quotidiana dei mortali. Dioniso lasci che il re rimanesse indisturbato a osservare la scena per qualche istante, poi decise di ricorrere ai suoi ancestrali poteri. Le fedeli furono invasate della sua forza potente e cominciarono a sbranare gli animali che trovavano sulla loro strada mentre l'eco delle loro grida si spandeva tra gli alberi. Trovarono Penteo nascosto su un albero e nella loro follia ispirata dal Dio, credettero di trovarsi davanti a una bestia. Lo catturarono e lo fecero a pezzi. La sua stessa madre gli strapp la testa e la infil su un palo portandola in citt come reliquia del rito. Era convinta di aver ucciso e sbranato un leone. Quando, la mattina dopo, piano piano le donne tornarono in s, la madre si rese Finalmente conto dell'orrore di ci che era accaduto. Dioniso lasci per sempre la citt di Tebe e questa storia venne ricordata come una dimostrazione di ci che poteva accadere ai mortali che sfidavano gli antichi dei.

 L'uomo-cane delle isole Andaman.
Anche se le bestie magiche, con l'andar del tempo, diventarono sempre pi rare in Europa, esse continuarono a lungo a proliferare negli angoli pi remoti del mondo, o almeno cos raccontavano i viaggiatori nei loro diari. Marco Polo, per esempio, raccont di una civilt di gente canina che abitava le isole Andaman, nel mare di Andaman che circondava le coste di Burma. Queste creature vivevano di un prospero commercio con l'India. Sebbene dicessero che talvolta divorassero i mortali, si nutrivano in genere di riso, nocciole, mele e latte.

I riti canini delle remote Isole Macumeran Diversi decenni dopo i viaggi di Marco Polo, lo scrittore inglese Sir John Mandeville descrisse un'altra trib con la testa di cani. Questa popolazione viveva sull'isola di Macumeran, in una localit remota a noi oggi sconosciuta. Il loro re si distingueva per un enorme rubino che portava appeso al collo. I suoi sudditi adoravano il bue e per questo indossavano la sua immagine sul turbante. Sfortunatamente queste sono le sole informazioni che sono state tramandate su questa originale popolazione.


Il Racconto del Dio-Scimmia: un'Epica Battaglia per la Supremazia nel Mondo.

I narratori indiani raccontano di quando, tanto tempo fa, il creato corse il rischio di una distruzione totale e si combatt una guerra per difenderlo. Questi terribili eventi iniziarono con il rapimento di una donna di nome Sita, moglie del principe Rama, che era chiamata L'Azzurra perch si diceva che nelle sue vene scorresse la divinit celeste. Sita un giorno scomparve dalla dimora del marito in mezzo alla foresta lasciando dietro di s solo una scia di gioielli. Con l'aiuto del fratello Lakshmana, Rama setacci le profondit delle foreste ma non riusc a trovare alcuna traccia della moglie. Sent solo le grida e i fruscii delle scimmie che giocavano tra le foglie. Le scimmie per avevano visto e sentito tutto e alla fine accompagnarono il sovrano e suo fratello a un regno nascosto sotto la foresta. Un re-guerriero con l'aspetto di scimmia rivel loro dove si trovava prigioniera Sita.
Hanuman, con il suo corpo di animale, il cuore e il coraggio di un dio, aveva scoperto Sita imprigionata in una cittadella d'oro di un'isola del meridione; il rapitore di Sita era una creatura dell'aldil, il signore di un regno di caos e morte. Si chiamava Ravana, aveva molte teste, molte braccia ed era alla guida di un numeroso esercito di spiriti deformi. Infiammato dalla passione e dal desiderio di possedere la bellissima principessa, egli aveva valicato le mura che proteggevano la terra dal suo reame del caos e aveva rapito la donna. Nel regno di Hanuman, gli uomini e le scimmie si riunirono per discutere. Decisero alla fine di unire in un esercito le loro forze per difendersi tutti insieme dalla minaccia di Ravana e dei suoi.
Hanuman chiam allora tutti gli animali alleati da ogni angolo dell'India e, con il suo potente esercito, si mise in marcia verso le coste meridionali del continente. Uomini e bestie insieme costruirono una strada sopraelevata per raggiungere l'isola e misero sotto assedio la cittadella di Ravana.
Avevano, per, sottovalutato gli orribili poteri del re dalle tante teste che, al sicuro nella sua torre dorata, mand battaglioni di guerrieri demoniaci contro gli invasori. Alcuni di questi erano invisibili e si potevano muovere pi velocemente delle creature terrestri. Le forze comandate da Hanuman dovettero cedere di fronte a un attacco tanto potente che inflisse loro enormi perdite.
Quando Hanuman si accorse della gravit della situazione si innalz al disopra del clamore della battaglia, sopra la piccola isola, per circondarsi dell'aria quieta e fresca delle nuvole. Attraverso un mare di vapore bianco il dio-scimmia vol fino alle montagne indiane. Si ferm in un punto dove sapeva di poter trovare l'erba che guariva dalle ferite. Si dice addirittura che Hanuman, nella fretta di tornare ad aiutare il suo esercito, invece di raccogliere l'erba sollev l'intera cima di una montagna e la port sul luogo della battaglia.
Mentre volava sopra la terra, tale era la sua fretta e tale era l'enormit del suo peso che gli uomini a terra credettero che si trattasse di una tempesta. Un uomo tent per di colpirlo mentre era in cielo e allora Hanuman fece tuonare la sua voce dall'alto e gli spieg quale fosse la sua missione.
Mentre scendeva sull'isola incantata, il profumo dell'erba che portava arriv immediatamente ai suoi soldati, che riacquistarono nuovo vigore e ripartirono subito alla carica dell'esercito nemico.
A quel punto furono le fila di Ravana che cominciarono a vacillare. Dal suo punto di osservazione all'interno della cittadella, il malvagio dio pens allora di mandare i suoi fratelli in battaglia, ma tutti rimasero vittime della furia di Rama e Hanuman. Alla fine, il signore del caos si decise a scendere personalmente in campo agitando le sue numerose braccia. Dal suo arco si alz del fumo e lui continu a tirare una freccia dopo l'altra tra le fila di Rama e Hanuman. Ogni freccia si contorceva nell'aria e dove cadeva appariva subito un serpente sibilante che scivolava tra i soldati spaventandoli a morte.
Arriv tuttavia la risposta immediata dal principe mortale Rama, che sembrava ormai godere di poteri magici. Rama gett in aria una lancia che, ricadendo, si trasform in un branco di lottatori, dal volto di avvoltoi che veloci si buttarono sui serpenti e demoni-guerrieri, distruggendo anche le ultime resistenze delle oorde malvage del re Ravana. Sebbene il suo esercito fosse stato ormai sbaragliato e i suoi incantesimi avessero perso ogni potere, Ravana si rifiut di riconoscere la sconfitta. Da ognuna delle sue bocche fuorusc un grido forte come un tuono e freddo come la morte. La mostruosa creatura si lanci di nuovo in battaglia sul suo carro da guerra con l'intenzione di distruggere Rama. La lancia di Rama per lo trapass, e la sua spada mortale decapit le sue molte teste che caddero, una dopo l'altra, sui resti del suo esercito zampillando sangue.
Fu cos che il mortale e il dio-scimmia conquistarono la cittadella del signore-demone e liberarono Sita. Per tutta la vita rimasero amici e compagni. E tale fu la bont dello spirito di Hanuman che tutti coloro che ascoltavano la storia delle sue imprese venivano benedetti dalla sua virt.

Capitolo Due

I Cavalieri del Vento.
Sulle acque dello stretto diCorinto, prima che gli dei abbandonassero per sempre il mondo dei mortali, si poteva talvolta ammirare un riflesso bianco, un'ombra che danzava sui campi di grano attorno alla citt muovendosi pi veloce di qualsiasi nuvola. I pescatori e i pastori alzavano allora la testa abbandonando le reti e le greggi e socchiudevano gli occhi per osservare quella meraviglia. Sapevano bene di cosa si trattava: eraPegaso, il divino cavallo alato che correva gioioso per il cielo, cavalcando l'aria con le sue enormi ali. I suoi zoccoli laceravano le nuvole lasciando filtrare il blu attraverso i brandelli di bianco. Era un signore dell'aria che poteva volare ben pi in alto di dove arrivavano gli sguardi dei pescatori e dei pastori, capace di scendere in picchiata o risalire ad altezze vertiginose, libero da qualsiasi vincolo che legava invece imortali alla terra. La sua dimora era il monte Elicona, e l'essere alato poteva spesso essere avvistato librarsi sulla citt o sulle acque del mare e la popolazione di quella zona lo adorava al punto da coniare la sua immagine sulle proprie monete.Animale degli dei, egli aveva poteri simili a quelli delle divinit.
Solo un uomo riusc a montarlo come un cavallo domestico: quell'uomo fu Bellerofonte il prode, figlio del re di Corinto. Da ragazzo, Bellerofonte uccise un parente per errore, forse in una di quelle esercitazioni di combattimento che erano soliti fare i ragazzi. Anche se il suo gesto non era stato intenzionale, Bellerofonte si
 trov macchiato di una grave colpa che cerc di espiare partendo per l'esilio.
Lasci la casa e viaggi da solo fino a Tirinto, nel Peloponneso, dove si prostr ai piedi del re Preto. Un po' per il sangue reale di Bellerofonte, un po' per il suo coraggio e il suo aspetto e un po' anche perch cos era tradizione, Preto lo accolse dandogli il benvenuto nella sua corte.
Purtroppo, per, anche la regina not il bell'aspetto di Bellerofonte. Prese l'abitudine di osservarlo mentre marciava con gli altri soldati della corte di suo marito e cominci a spiarlo mentre combatteva con la spada e la lancia. Dopo diversi giorni, riusc finalmente ad incontrarlo da solo e si offr di diventare la sua amante.
"non potrei mai disonorare vostro marito, signorarispose Bellerofonte e, senza altre cerimonie, si allontan dalla donna delusa.
Forse se fosse stato pi vecchio e saggio Bellerofonte avrebbe evitato di farsi nemica la regina con un comportamento tanto brusco.
Dopo un'ora dal loro incontro, infatti, la donna era nella camera del marito a piangere e lamentarsi. Raccont a Preto che Bellerofonte aveva tentato di violentarla e il re, ingenuamente, le credette. In fin dei conti, i due erano sposati da lungo tempo mentre il giovane Bellerofonte era a corte da poche settimane.
Il re si trov quindi alle prese con un enorme dilemma. Da un lato, il suo istinto gli diceva di vendicare l'onta subita uccidendo il giovane soldato; dall'altra, la tradizione e la religione gli imponevano di considerare gli ospiti come sacri. Un tale atto avrebbe senza dubbio macchiato per sempre il suo nome e la sua casa.
Il re, astuto, decise di lasciar trascorrere un po' di tempo senza dir niente al principe di Corinto, in attesa di un'occasione propizia per portare a termine il suo progetto. Poi, dopo circa un mese, affid a Bellerofonte una delicata missione, che consisteva nell'attraversare il mare per portare un messaggio al padre della regina, lobate, re della Licia in Asia Minore. Il messaggio era stato inciso su una tavoletta di argilla in caratteri che Bellerofonte non poteva leggere e diceva: "Uccidete immediatamente il latore di questo messaggio, egli ha violato mia moglie, vostra figlia. Preto".
lobate ricevette il giovane con tutti gli onori. Solo dopo che il viaggiatore ebbe mangiato ed ebbe fatto il bagno il re gli chiese di cosa fosse venuto a parlare.
"Vi porto i saluti di vostro genero, Preto di Tirintodisse Bellerofonte dando la tavoletta al sovrano. Poi, gentilmente, si allontan dal re per dargli il tempo di leggere in privato il messaggio inciso nell'argilla. Mentre lobate leggeva e rileggeva con attenzione quella condanna a morte, Bellerofonte guardava dalla finestra i falchi che si alzavano sui campi circostanti.
Alla fine, lobate parl: "Sai cosa dice il messaggio che mi hai portato?"
"No, signoredisse Bellerofonte. "Si tratta di una questione che riguarda voi e il re Preto. Io sono solo un semplice araldo che esegue gli ordini del suo re".
"Questo messaggio per ti riguardarispose lobate. "Preto desidera infatti che io ti sottoponga a una prova per dimostrare il tuo valore". Il re di Licia aveva riflettuto attentamente sulla questione mentre leggeva e rileggeva la tavoletta. Il suo volto non lasciava trasparire nulla della rabbia e dell'odio che provava in quel momento per il giovane che aveva davanti e nemmeno dell'esasperante situazione in cui lo aveva costretto la tattica di suo genero. Preto, sottraendosi a tutte le regole dell'onore, gli chiedeva di uccidere un uomo che non solo era suo ospite, ma era anche un messaggero, perci persona sacra e intoccabile. lobate non voleva macchiare il suo nome con un simile disonore per alcuna ragione. La soluzione migliore era quindi mandare Bellerofonte nel pericolo e lasciare che fosse il fato a impartirgli la giusta punizione.
Naturalmente, Bellerofonte era all'oscuro di tutto questo e i suoi occhi brillarono al pensiero del pericolo da affrontare e dell'inevitabile fama che gli sarebbe derivata dall'impresa. "Ne sono onorato, signoredisse e ascolt con la massima attenzione ci che lobate aveva da dirgli.
Suo compito era trovare e distruggere una creatura che stava devastando le campagne della Licia. Nessuno era certo della sua natura: era chiamato la Chimera, una parola che significava "caprae alcuni dicevano che aveva appunto l'aspetto di una capra mostruosa. Altri per la descrivevano simile a un leone e altri ancora a un serpente. Alcuni, infine, dicevano che era tutte e tre le cose insieme.

La bestia aveva la propria tana nelle montagne al confine del regno e l'intera zona circostante era stata pi volte devastata. Il fumo saliva dalla terra bruciata e annerita mentre i cadaveri degli animali decapitati imputridivano nelle strade. Nessuno abitava le case diroccate e i pochi rifugiati che erano riusciti a raggiungere la fortezza del re avevano raccontato di terribili urla nella notte, di bambini fatti a brandelli da enormi artigli e di case distrutte dalle esplosioni e dagli incendi. lobate aveva mandato molti valorosi guerrieri verso le montagne per uccidere il mostro, ma nessuno di loro aveva fatto ritorno.
lobate non nascose nulla a Bellerofonte sulle difficolt di trovare la Chimera e di sfidare i suoi poteri. "Nessuno pu avvicinarsi a quella bestia terribiledisse il re "solo gli uccelli sono riusciti a sopravvivere perch possono allontanarsi velocemente in volo e sfuggire ai suoi artigli e alle sue fiamme".
"Proprio cosrispose Bellerofonte, e chiese un mese di tempo per portare a termine la sua impresa. Il giovane eroe era di Corinto e fin da bambino aveva visto volare Pegaso tra le nuvole sopra la sua citt. Con l'arroganza e l'ottimismo tipici della giovent, stava progettando di piegare Pegaso al suo volere e di cavalcarlo all'inseguimento della Chimera.
Si mise allora in cammino verso casa. Alcuni storici dissero che Pegaso setacci il monte Elicona in cerca della tana dell'animale magico, ma la maggior parte raccont invece che un mattino, all'alba, l'eroe vide la traccia di nuvole lasciata dal cavallo alato che conduceva alla montagna detta Acrocorinto, che s'innalzava sulla pianura che circondava Corinto. Bellerofonte si arrampic allora sulle rocce e trov Pegaso che si abbeverava a un piccolo lago.
Sentendo Bellerofonte che gli si avvicinava il cavallo alz la testa e l'uomo e l'animale si guardarono negli occhi. Le ali del cavallo erano chiuse lungo il corpo, solo la sua criniera bianca era mossa lievemente dalla brezza che sollevava anche i capelli di Bellerofonte. L'uomo stringeva in mano una briglia degna della creatura celeste che aveva di fronte. Era d'oro massiccio e lavorata in modo che sembrava emanare una luce propria. Si diceva che fosse stata una dea a dare al coraggioso mortale quello straordinario oggetto, il che spiegava perch il cavallo non avesse preso immediatamente il volo.
L'uomo sollev la briglia e la mosse gentilmente come se stesse chiamando uno dei cavalli della sua scuderia. Pegaso, che non era mai stato imbrigliato, da parte sua si limit a battere i piedi a terra e a sbuffare.
Bellerofonte allora si avvicin di un passo, ma l'animale subito indietreggi facendo fremere le ali. L'uomo rimase immobile nella posizione in cui si trovava per non spaventare ulteriormente il cavallo. Dopo qualche istante, Pegaso, di nuovo tranquillo, abbass il capo per mangiare una manciata di fieno.
Bellerofonte fece un ulteriore passo verso di lui e lui, come prima, si allontan nella direzione opposta.
Questa danza piuttosto statica and avanti per ore e ore, finch, quando il sole era ormai alto nel cielo, Bellerofonte decise di rinunciare, esausto per il continuo tira e molla. E proprio quando l'uomo smise di tentare di prendere Pegaso, il cavallo degli dei si concesse. Con un galoppo elegante come quello di una giumenta. Pegaso si avvicin e chin la testa di seta davanti al morso e alle briglie. Il suo respiro caldo odorava di fiori di campo.
Scart una sola volta, e lo fece quando Bellerofonte afferr la criniera. Gli abitanti di Corinto, per, sapevano come domare e cavalcare i cavalli e cos Bellerofonte un le redini e tir la testa dell'animale verso la sua in modo che Pegaso sentisse il morso d'oro in bocca. Subito, le ali dell'animale si richiusero e quando Bellerofonte gli salt in groppa e il cavallo sent il peso dell'uomo sul suo dorso e la pressione delle cosce sui fianchi, si mise in posizione, in attesa dell'ordine di partire.
Bellerofonte attese qualche istante guardandosi intorno. Ci che vide nell'aria pura e fresca della montagna gli sarebbe rimasto impresso nella mente per tutta la vita: la testa bianca, le spalle e la criniera dell'animale, la punta brillante delle ali, il prato attorno a loro e le colombe, blu e bianche come il mare e le nuvole nei nidi sulle rocce che circondavano l'erba. Oltre le rocce, centinaia di metri sotto di lui, si stendeva una pianura verde di campi e frutteti. E oltre la pianura c'era solo l'immensit del mare e del cielo.
Bellerofonte strinse le ginocchia e spost il suo peso in avanti. Il cavallo si mise in cammino come se fosse stato da sempre abituato a obbedire a un cavaliere e si ferm solo quando Bellerofonte torn con la schiena eretta. Insieme, l'uomo e il cavallo fecero il giro del prato, al passo, al trotto, al galoppo. Poi Bellerofonte gir il cavallo verso il ciglio roccioso.
"Ora!grid, sentendo nella propria voce un misto di gioia e paura. Spinse Pegaso al galoppo e quando raggiunsero lo strapiombo Bellerofonte si spinse in avanti, ma il comando non era necessario: Pegaso era pronto a volare. I muscoli di ferro si tesero sotto il cavaliere e il cavallo salt distendendo le sue enormi ali.
Stavano volando. Dopo qualche momento di vertigine, Bellerofonte lasci la rigida presa sulla criniera del cavallo e cominci a godersi lo spettacolo. Si inclinarono lievemente per fare il giro attorno alla cima delle montagne. Sotto di loro, i falchi volavano in tondo lanciando grida di sfida. Il piccolo prato di montagna cominci a rimpicciolirsi sempre di pi fino a scomparire dalla loro vista quando Pegaso, con un improvviso scatto di energia, si alz fino alle innevate montagne di nuvole.
Nessun mortale poteva per sopravvivere a lungo a quelle altezze. Dopo pochi istanti, Bellerofonte cominci a tremare e a respirare a fatica nell'aria rarefatta. Il cavallo, sentendo il malessere dell'uomo, si affrett ad attraversare una fitta nube per tornare alla luce del sole e a un'altitudine adatta al suo cavaliere.
Poi si diressero a sud-est. Con i suoi potenti battiti d'ala, Pegaso vol sopra l'Istmo di Corinto, e le rocce porpora di capo Sunio e il lucente mar Egeo e le sue isole-montagne marroni tutte circondate da nuvole. Alla fine, raggiunsero le coste dell'Asia, segnata da tanti puntini dorati che erano i fuochi costieri del re della Licia. Poco dopo, Pegaso stava scendendo verso la fortezza di lobate. L l'animale si ferm per dar modo a Bellerofonte di riposare e prepararsi alla grande impresa che lo attendeva. Il cavallo invece, prefer volare in circolo nell'oscurit in attesa di essere richiamato dal suo cavaliere.
La mattina, Pegaso aspettava Bellerofonte fuori dai cancelli del palazzo. L'uomo non fece in tempo a salire in groppa al divino animale che questi si lanci al galoppo, con gli zoccoli che battevano sul terreno e le quattro zampe che si muovevano sempre pi rapide per raggiungere la velocit necessaria ad alzarsi in volo. Le bianche ali si aprirono ancora una volta e i due si librarono in aria diretti verso quel lontano velo di fumo che segnava le terre desolate in cui viveva la Chimera.
All'inizio volarono bassi, ma quando si avvicinarono alla meta, Pegaso sal superando il tanfo che appestava la terra, sopra gli avvoltoi gonfi di cibo che volavano in circolo, fino a raggiungere le montagne.
L'odore e i rami carbonizzati degli alberi segnavano una traccia sicura da seguire per ritrovare la tana del mostro. Guidato da Bellerofonte, Pegaso trov la strada attraverso i picchi rocciosi e lungo pendii scoscesi fino a una gola buia. L'animale si ferm sull'orlo della cavit, poi cominci a scendere mentre Bellerofonte si annunciava con un grido di battaglia.
Qualcosa si mosse tra le rocce sotto di loro. Videro balenare una lingua di fuoco. Poi, la bestia si mostr in tutto il suo orrore. Era un leone, con la pelliccia e gli artigli, ma era pi grande di un cavallo, pi grande anche dello stesso Pegaso. Da una spalla spuntava una testa di capra con le corna e con i denti lunghi e gli occhi che brillavano. Era questa testa che fissava il cavallo alato e il suo cavaliere. Dal fianco sporgeva un serpente che si contorceva con la bocca spalancata a mostrare i denti velenosi agli intrusi. La creatura era una parodia della natura, uno scherzo malvagio sopravvissuto al periodo di caos successivo alla creazione.
Pegaso grid e subito si lanci verso l'alto per allontanarsi velocemente dal mostro. Bellerofonte lasci all'animale il tempo di calmarsi mentre lui estraeva l'arco e le frecce. Poi ordin al cavallo di scendere e Pegaso, non da meno di Bellerofonte, torn verso la gola dove li attendeva la bestia. Vol dapprima in circolo, lentamente, per studiare meglio lo spazio in cui era costretto a muoversi. Sotto di loro, il leone sollevava la testa e sputava fiamme verso l'alto, il serpente spargeva veleno nero mentre la testa della capra ululava. Bellerofonte lanci la prima freccia e prepar subito l'altra. Le fiamme che lanciavano verso l'alto bruciacchiarono il suo polpaccio nudo e costrinsero il cavallo a cambiare direzione. N il cavallo n il cavaliere si spaventarono per. Pegaso si muoveva agile come una libellula mentre Bellerofonte continuava a colpire la bestia sotto di loro.
Dopo un lungo combattimento, all'improvviso, nella gola stretta ci fu il silenzio. Si sentiva solo il battito delle ali del cavallo e il respiro affannato del cavaliere. Piano piano, il fumo si dirad e lasci intravedere il fondo dove la Chimera si contorceva in una pozza di sangue. Una freccia si era conficcata nell'occhio del leone e le teste della capra e del serpente pendevano dal corpo prive di vita. Bellerofonte sfoder la spada, tocc i fianchi del cavallo con i suoi tacchi e i due si lanciarono in discesa verso il fondo roccioso della gola. Con un solo colpo, l'eroico mortale decapit la testa di leone per farne un trofeo, dopodich, sempre in groppa al divino Pegaso, si allontan da quel luogo per andare a ricevere gli onori che gli spettavano.
Bellerofonte port la testa del leone a lobate come prova del suo valore e, nei mesi che seguirono, con Pegaso come suo destriero, aiut il re nelle guerre che minacciavano la Licia. Tale era il coraggio del cavaliere e tale fu la sua maestria nel domare la creatura alata che lobate cominci a dubitare delle accuse del genero e della figlia. Alla fine, il re raccont a Bellerofonte del messaggio inciso sulla tavoletta e scopr cos la verit su quanto era accaduto alla corte di Preto. Il re implor Bellerofonte di concedergli il perdono e, una volta ottenutolo, lo nomin suo erede.
Bellerofonte da quel momento avrebbe potuto vivere un'esistenza lunga e felice, ma pecc di orgoglio e vanit dimenticando di essere un semplice mortale e non un dio. Cerc infatti di arrivare fino all'Olimpo e Pegaso, anche se controvoglia, obbed all'ordine. Mentre si avvicinavano al picco celeste, l'aria stessa sembrava tremare di un'antica luce e di un'ancestrale potenza.
D'un tratto, come se fosse stato punto, Pegaso scart, grid, e disarcion il mortale dalla sua groppa. La caduta, sebbene non port Bellerofonte alla morte, gli caus ferite che non guarirono mai. Le spine dei cespugli che crescevano sulle montagne gli forarono gli occhi, mentre i massi tondeggianti gli ruppero le ossa. Trascorse il resto della sua vita terrena come un mendicante cieco e zoppo, allontanato dalla societ degli uomini per la sua arroganza nei confronti degli dei.
Malgrado questa fine ingloriosa, la fama di Bellerofonte aveva superato quella di qualunque mortale. Era stato uno dei primi umani a staccarsi dal suolo e arrivare tra le nuvole, l dove nessun altro mortale era mai salito prima. Quando si trovava in groppa a Pegaso diventava invincibile e poteva sconfiggere qualsiasi nemico. Per questo rimase per secoli uno dei soggetti preferiti dai bardi e dai narratori greci che ne cantavano le gesta.
Agli occhi degli umani, di tutte le creature che governavano il mondo delle origini le pi straordinarie erano sempre state quelle che potevano muoversi nell'aria. Libere dai vincoli della gravit, capaci di attraversare immense distese e distanze, esse incutevano timore e rispetto nei mortali che vivevano a terra. Alcune di queste erano in realt veramente orribili, mostri alati come i grifoni che vivevano sulle montagne del Caucaso, i Simurgi di Persia e i giganti Rocs dell'oceano Indiano. Alcune erano creature piumate d'insuperabile bellezza, come l'Araba Fenice o l'Uccello di Fuoco russo. Altre avevano invece l'aspetto di umili uccelli come i cigni, i corvi, le oche e gli scriccioli. A tutte per erano riconosciuti poteri che andavano ben oltre l'essere semplici volatili.
Tra le creature alate quelle pi temute erano le pi rare e antiche perch avevano non solo il dono del volo ma portavano anche i segni dell'alba del mondo.
Tra queste vi erano le Arpie che vivevano in una grotta sull'isola di Creta ma infestavano tutto il territorio greco fino alla tracia. Queste creature avevano le teste e  petti di donne dall'aspetto orribile ed emaciato e le ali e le zampe di avvoltoi. Emanavano un odore mortale e venivano sempre associate a qualche evento disastroso. I loro stessi nomi - Ocipite (veloce), Celeno (scuro) e Aello (tempesta) -erano sintomo dei disastri di cui le tre creature erano responsabili. Dovunque andassero, depredavano le terre che trovavano sul loro cammino distruggendole.
Una volta, le Arpie si fermarono in Salmidesso, in Tracia, dove devastarono i raccolti e portarono le popolazioni alla carestia. Il re di quella regione, Fineo, un uomo cieco, era tormentato da quegli orribili esseri in continuazione. Una punizione, la gente diceva, che aveva meritato per la sua arroganza. Fineo aveva il dono della profezia e aveva fatto l'errore di rivelare segreti noti solo agli dei.
A causa di questa presunta colpa, il re era stato condannato a una vita infernale poich le Arpie gli apparivano con grida orribili ogni volta che lui si trovava davanti al cibo per portarglielo via con i loro artigli. Tutto quello che non riuscivano a rubare, lo distruggevano prima di andarsene. Fineo e il suo popolo non sapevano pi come difendersi da quei mostri crudeli e avevano ormai perso ogni speranza.
Accadde che il principe della Tessaglia, Giasone, educato a diventare un eroe dal centauro Chirone, arrivasse a Salydesso con una compagnia dei guerrieri pi valorosi della Grecia. Si chiamavano gli Argonauti per via della nave a cinquanta remi con cui viaggiavano che si chiamava Argo dal nome del suo costruttore. La missione che dovevano compiere era quella di recuperare il leggendario Vello D'Oro in Colchide, nel mar Nero, ed erano arrivati in Tracia per consultare il profeta Fineo.
I Greci, al posto del re-profeta che si aspettavano di incontrare, trovarono un relitto umano. Fineo parlava a stento, il suo volto cieco si girava continuamente a destra e a sinistra terrorizzato dalle creature che lo perseguitavano.
L'attacco successivo non tard infatti a venire. Attratte dal rumore che facevano quei giovani valorosi guerrieri e dal profumo di cibo, le Arpie scesero attraverso il tetto malmesso del salone del palazzo reale. Con urla di rabbia e odio, muovendo l'aria con le loro enormi ali nere, si diressero immediatamente verso il re.
Questa volta, per, incontrarono un ostacolo inaspettato: gli uomini di Giasone erano forti e determinati, non si facevano certo intimorire da donne alate, per quanto mostruose potessero essere. E cos un paio di quegli eroi si fecero avanti per proteggere il re con i loro scudi mentre altri due affrontarono le Arpie direttamente. Questi erano Calais e Zete e molti poeti in seguito raccontarono che anch'essi erano creature alate. Le Arpie furono costrette alla fuga dai due guerrieri le inseguirono con le spade sguainate finch non le ebbero allontanate per sempre da quelle terre.
Dopo quell'episodio, sembra che i mostri alati si ritirarono nella loro grotta a Creta e non tornarono pi a disturbare gli esseri umani. Talvolta, per, di notte gli abitanti dell'isola potevano ancora sentire i loro orrendi richiami e vedere le loro sagome alate sfrecciare nel cielo.
Fineo ricambi adeguatamente il favore fattogli dagli Argonauti. Rivel infatti la rotta migliore per navigare nel mar Nero verso la Colchide e lo avvert sui pericoli che avrebbero incontrato sulla loro via. Quando gli Argonauti ripresero il loro viaggio, re Fineo risollev le sorti del suo regno, che torn alla prosperit.
Dopo quella sconfitta le Arpie impararono a temere il genere umano come gi facevano molti altri esseri alati che sentendo il pericolo insito nella civilt dei mortali, preferivano vivere nelle radure lontane dai villaggi e dalle citt. Tra questi vi erano i grifoni.
Le immagini di queste creature stranissime - si trattava di leoni con le ali e la testa di aquile e lunghe orecchie appuntite - apparivano su tutte le fortezze della Grecia e, in seguito, sarebbero state dipinte anche sulla ceramica, incise nei muri dei palazzi, scolpite nei guardiani di pietra delle torri in tutto il resto d'Europa.
Si diceva che i grifoni tirassero i carri degli dei, che le piume delle loro ali avessero il potere di curare la cecit e che i loro enormi artigli potessero essere trasformati in coppe per i brindisi le cui superfici diventavano pi scure al contatto con il veleno. Poche persone nel mondo civilizzato videro mai questi animali che vivevano nei boschi selvaggi dell'Asia. Alcuni sostenevano che fossero coperti di piume nere in tutto il corpo eccetto che sul petto, dove le piume erano rosse. Altri dicevano che avevano le ali bianche con le piume del collo blu. Altri ancora raccontarono di grifoni dorati le cui ali riflettevano i colori dell'arcobaleno.
Un uomo che lasci una descrizione dei grifoni fu un eccentrico abitante della Grecia che visse pi di tremila anni fa. Si chiamava Aristeo e abitava nell'isola di Proconeso, una colonia greca nel Proponto, il piccolo mare tra la Tracia e la Frigia, oggi chiamato mar di Marmara.
Aristeo era un viaggiatore irrequieto e curioso che, di tanto in tanto, abbandonava la propria casa per avventurarsi in terre sconosciute. In una delle sue peregrinazioni si diresse verso nord e rimase lontano per ben sei anni. Al suo ritorno, aveva molte storie da raccontare poich aveva viaggiato fino all'Asia Centrale attraversando la terra degli Sciti - una ricca trib di nomadi che abitavano una regione oggi compresa nella Russia meridionale - e si era avventurato nelle sconosciute montagne del Caucaso. L aveva vissuto con gli Issedoniani, una trib con i capelli lunghi che si diceva divorasse le carni dei propri familiari morti e ne conservasse il teschio. Da loro Aristeo aveva sentito descrivere una regione freddissima verso est che assomigliava a un luogo descritto nelle leggende della sua terra. Quelle leggende parlavano di un paese cui si accedeva solo attraverso una grotta che ospitava Boreas, il dio dei venti settentrionali.
Al confine di questa terra montagnosa, scriveva Aristeo, vivevano gli Arimaspiani, un popolo selvaggio con un solo occhio che traeva il necessario per vivere dal suolo roccioso e l'oro dai posti pi impensati.
Chi abitava quelle montagne erano numerosi grifoni. Si poteva vederli in volo, enormi e selvaggi, mentre trasportavano interi buoi nei loro nidi ricoperti d'oro che i grifoni raccoglievano e custodivano gelosamente. Gli uomini del piccolo popolo con un solo occhio che abitavano quelle stesse montagne talvolta cercavano di scalare la roccia in cerca dei tesori nascosti nei nidi, ma nessuno era mai riuscito a trovarne.
Aristeo raccont tutto questo al suo ritorno a Proconneso e subito ripart per nuove mete. Non fece pi ritorno e alcuni dissero che era tornato proprio su quelle montagne misteriose a caccia del tesoro.
Altrove, nelle terre al di la dell'Europa vivevano creature altrettanto affascinanti e misteriose. Il Roc, un gigante alato che si diceva si nutrisse della carne degli elefanti, veniva avvistato sopra i mari costieri dalla Grecia alla Cina. La Persia era la terra del Simurgo, un volatile che talvolta offriva il proprio nido come rifugio ai bambini.
Queste bestie alate, esotiche e lontanissime, catturavano naturalmente l'immaginazione umana, anche se non arrivavano a suscitare l'affetto e l'attenzione di cui invece godevano i piccoli uccelli che vivevano liberi nei loro campi e allo stesso tempo condividendo il mistero dell'antica magia. Ogni luogo dove vivevano i mortali era allietato dal canto degli uccelli: il liquido trillo del pettirosso, il canto acuto dello scricciolo, il lamento della colomba e le rauche grida dei corvi. E in quei toni, le orecchie umane riuscivano a sentire le voci degli dei. Con il loro dono del volo, gli uccelli raggiungevano regioni che gli esseri umani non potevano vedere. Agli uomini di quei tempi, la capacit di muoversi nel cielo e di percorrere l'intera superficie terrestre, non poteva sembrare che un dono divino. E infatti, in origine, gli uccelli venivano adorati in quanto si credeva che partecipassero della natura degli dei e anche quando smisero di essere oggetto di culto, qualcosa di magico e rimase legato all'immagine di tutti i volatili.
I segni del divino erano evidenti nella famiglia dei corvi e dei loro simili pi piccoli come le cornacchie. Con quelle piume nere, lo sguardo acuto e il verso profondo, erano ovunque considerati messaggeri delle tenebre. In Grecia si diceva che i corvi portassero la tempesta ed effettivamente, quando le ali d'ebano volavano alte nel cielo che si faceva scuro, gli uccelli sembravano anticipare i tuoni e i lampi.
In Bretagna e ancora di pi in Irlanda, i corvi erano gli uccelli delle dee della guerra, Badb, Macha e Neman, note come le Morrigan, o anche an badb catha- che significa "il corvo in battaglia". Erano loro che urlavano le canzoni di morte sopra i campi di battaglia, erano loro che saltellavano tra i cadaveri e i morenti lasciati sui campi mangiandosi le pupille e nutrendosi della carne ancora calda. Nel Galles, si diceva, i corvi formarono un esercito sotto la guida di un signore medievale di nome Owein, figlio di Urien. Al suo segnale, gli uccelli si lanciavano contro i guerrieri nemici attaccandoli dal cielo e lacerando le loro carni.
I corvi erano anche uccelli dotati del dono della profezia. Apparivano ai guerrieri destinati a morire in battaglia e volavano in coppia sopra i tetti delle case che presto sarebbero state visitate dalla morte. In quasi tutte le terre antiche questo uccello era considerato magico: in Danimarca l'apparizione di un corvo in un villaggio significava l'imminente morte del parroco.
Nel Galles, se l'arrivo di un visitatore veniva preceduto dal verso di un corvo, si sospettava della persona in arrivo.
Tali erano i poteri dei corvi di pronosticare il futuro che gli irlandesi addomesticavano alcuni esemplari per osservarne poi attentamente i comportamenti: se un corvo domestico chiamava dal lato nordest dell'abitazione significava che c'erano i ladri nella stalla; se gracchiava sul cuscino di una donna, la donna non sarebbe vissuta ancora a lungo, se emetteva suoni con una voce pi acuta e sottile del solito, la malattia stava per contagiare gli abitanti della casa o il bestiame. Se un uomo partiva per un viaggio e la moglie vedeva un corvo volare nelle vicinanze della casa sapeva che presto sarebbe stata vedova.
Il corvo non perse mai questo velo di malvagit. Perfino nei secoli successivi, quando la sua presenza sui campi di battaglia fu accettata come la naturale conseguenza del suo nutrirsi di carcasse e sempre meno gente credeva ai suoi poteri di profezia, l'uccello continu comunque a essere temuto dai pi. Si diceva, per esempio, che il corvo fosse particolarmente goloso di carne umana. Per molti anni, circol per l'Inghilterra e la Scozia un racconto che parlava proprio di questa preferenza alimentare dell'animale. Era la storia di un viaggiatore medievale che si trov un giorno a camminare in una strada assolata in un pomeriggio estivo. Si ferm sotto una quercia per riposare. Il giorno era molto caldo e presto il viaggiatore si abbandon a un piacevole dormiveglia. Ad attirare la sua attenzione, per, ci furono le voci che provenivano dalle foglie sopra la sua testa.
"Cosa mangeremo?diceva una.
"Te lo dico iofu la risposta. "Sotto, sdraiato sull'erba c' un cavaliere. Il suo cane e il suo falco lo hanno abbandonato e lui  tutto solo. Tu siediti sul suo collo e mangia, io tirer via i suoi bei occhi azzurri. E quando avremo finito, di lui rimarranno solo le ossa".
Scosso e spaventato, il viaggiatore salt in piedi e guard tra i rami, ma vide solo due corvi appollaiati su un ramo. Gli uccelli presero subito il volo e il viaggiatore, che impaurito, lasci immediatamente il luogo, risent l'eco delle rauche risate che risuonavano tra le fronde degli alberi.
Un altro fatto che vide protagonisti dei corvi accadde in Scozia nel diciassettesimo secolo. L'episodio si svolse in un piccolo villaggio dell'Halmadry nel Sutherland, un luogo dove la gente era molto devota alle rigorose pratiche della Chiesa di Scozia. Gli abitanti del villaggio si riunivano per pregare nella casa di un uomo di cui oggi si ignora il nome, forse perch nessuno parl mai volentieri di ci che era accaduto.
Sembra che una sera d'autunno, al crepuscolo, quando ormai la sessione di preghiere doveva essere finita da un pezzo, non si vedesse nessuno uscire dalla casa. Dopo qualche tempo i vicini si preoccuparono notando un'insolita calma attorno al luogo e diedero un'occhiata da una finestra. La luce all'interno era fioca ma tutti riuscirono a vedere la scena.
I loro devoti vicini non erano in piedi a recitare preghiere come voleva il rito, ma erano inginocchiati in fila, uomini, donne e un bambino, il figlio minore del proprietario. I loro visi erano terrorizzati, i loro occhi spalancati erano tutti rivolti verso una colonna che si trovava sul fondo della stanza, vicino al camino. In cima alla colonna era appollaiato un corvo, ricurvo, nero come la pece, che emanava una forza maligna tanto grande da essere percepita anche all'esterno dell'edificio. La casa sembrava puzzare di maligno, dissero i testimoni.
Bussarono alla porta, ma la gente all'interno non diede alcun segno di risposta, solo l'uccello si gir mostrando il bagliore di uno dei suoi occhi. A quel punto, una delle donne fuori dalla finestra url tanto forte da richiamare l'attenzione di alcuni contadini che tornavano a casa dal lavoro. Anch'essi, sentendo la storia, vollero affacciarsi alla finestra.
"Si tratta di una stregoneria, questo  il diavolodisse un uomo con aria minacciosa, poi diede un calcio al portone ed entr nell'edificio.
Quelli che erano rimasti alla finestra lo osservarono entrare e andare verso la colonna su cui era appollaiato l'uccello. Il corvo gir la testa in direzione dell'uomo che, immediatamente, impallid e, come forzato da una mano inesorabile e invisibile, si pieg sulle ginocchia chinando in avanti la testa.
Dopo aver visto la scena, nessuno ebbe pi il coraggio di entrare. Gli abitanti del villaggio si riunirono nel giardino e tennero d'occhio la stanza per tutta la notte tra i sussurri e le occhiate ansiose. Di tanto in tanto chiamavano il nome di qualche loro conoscente che si trovava all'interno e bussavano alla porta, ma dentro non accadeva nulla: tutti coloro che erano andati in quella casa a pregare Dio si erano invece trovati inginocchiati ad adorare in silenzio il corvo. La veglia and avanti per tutta la notte, il giorno e la notte seguente. Dentro la casa non si muoveva nulla, mentre fuori gli abitanti di Halmadry pregavano e parlavano di ci che stava accadendo.
 Nessuno osava avventurarsi in quel cuore di tenebra, anche se tutti erano determinati a trovare un modo per liberare i propri compaesani. La mattina del terzo giorno decisero di tentare di combattere le tenebre con la luce.
Sistemarono delle scale sui quattro lati della casa e, lavorando il pi celermente possibile, tolsero gli strati di fango che tenevano insieme il tetto, lasciando solo i tronchi degli alberi e le travi. Ondate di luce entrarono dalle nuove aperture e subito si ud un verso orribile risuonare e
fu possibile vedere delle ali nere che sbattevano sul volto di uno degli operai. Nessuno vide il corvo volare via; l'uomo stesso, quando scese tremante a terra disse che aveva visto solo nero ed era stato attraversato da un tremore sentendo il malvagio animale che gli passava accanto. Il corvo si era volatilizzato.
I credenti, liberati dall'incantesimo che li teneva nella stanza, uscirono lentamente dalla casa ormai in rovina. Gli abitanti del villaggio si radunarono attorno a loro ma, quando videro i volti dei prigionieri, trattennero la loro curiosit e non fecero domande. Il proprietario della dimora posseduta afferr il figlio per le spalle e parl per tutti loro.
" stato un antico dio a tenerci imprigionatidisse. "Voleva che sacrificassimo mio figlio in suo onore. Solo cos avrebbe rotto l'incantesimo in tempo". Poi, si sciolse in lacrime.
Chi fosse in realt lo spirito del corvo o come fosse potuto apparire in mezzo a dei cristiani devoti sono misteri che non furono mai svelati. Anche tra di loro, gli abitanti di Iialmadry non parlarono mai pi di questa faccenda e preferirono dimenticare l'accaduto il pi in fretta possibile.
I corvi non erano per i soli uccelli associati al male e non erano nemmeno i soli ad avere qualit profetiche. Il gufo, per esempio - un predatore che volava nell'oscurit con ali silenziose - era considerato un simbolo di cattivo presagio, tanto che gli edifici in cui per caso entrava dovevano poi essere purificati con un rito particolare. In Scozia, il gufo era detto caitteach oidhche o "strega della nottementre nel Galles si chiamava aderyn y corff o "uccello cadavere". Il suo verso era presagio di morte, ma l'uccello poteva anche rivelarsi molto utile se veniva ucciso prima. Gli agricoltori della Bretagna credevano di poter evitare i danni della grandine e dei temporali inchiodando alla porta del granaio una civetta con le ali aperte.
Si credeva che il cuculo, messaggero della primavera, in inverno volasse sulle terre dei morti e si diceva che sentire il suo canto provenire da nord, dove si pensava appunto che ci fosse la terra dei morti, era considerato un segno di cattiva sorte. Un cuculo che cantava da sud, invece, significava raccolti abbondanti; da est fortuna in amore e da ovest fortuna e benessere in generale. Secondo i gallesi, la gente che viaggiava in cerca di fortuna e avventura doveva solo seguire la direzione del volo di un cuculo che cantava per trovare il desiderio del cuore.
Alcuni uccelli venivano considerati vere e proprie divinit. Basti pensare all'industrioso scricciolo, piccolo ma dotato di una voce potente, che divent protagonista di pratiche rituali secolari sia in Francia che in Bretagna.
Ogni mese di dicembre, nel periodo in cui i giorni pi brevi dell'inverno iniziavano ad allungarsi di nuovo (nell'epoca cristiana fu scelto il 26 dicembre, il giorno di Santo Stefano), i giovani nei villaggi di campagna andavano a caccia del piccolo uccello. Uccidevano il primo che trovavano e il cacciatore che riusciva nell'impresa veniva fatto re per un giorno e riceveva una corona e una veste speciale da indossare. Poi il corpo dello scricciolo veniva sistemato in cima a un bastone e portato in giro per il villaggio accompagnato da una filastrocca che salutava il cambio di stagione. In alcuni luoghi, dopo lacerimonia, l'uccello veniva sepolto nel cimitero accanto alla chiesa. Il rito aveva lo scopo di allontanare le tenebre dell'inverno. Forse veniva scelto proprio uno scricciolo perch era un uccello che abitava i luoghi bui, che costruiva il nido nei buchi, nelle crepe e in cespugli dai rami fittissimi (da cui il suo nome in latino, trogiodytes trogioytes, che significava "colui che abita nelle grotte"). Pi probabilmente per, l'uccellino veniva sacrificato in quanto era considerato un essere prezioso, un nemico del freddo, del buio e della morte: lo scricciolo, si diceva, aveva portato il fuoco - e con esso la luce e il calore - dal cielo. Si raccontava anche che una volta l'animale fosse volato talmente vicino alla prima e vera fonte di luce - il sole - da rimanerne bruciato, come dimostrava il colore rossastro delle piume sul suo petto.
Protagonista di una storia simile era il pettirosso: volato troppo vicino al sole, si era ustionato le proprie piume che da allora avevano assunto il caratteristico colore rossiccio. I cristiani, invece, sostenevano che il colore delle piume del pettirosso fosse dovuto al fatto che l'uccellino aveva tentato di raccogliere il sangue di Cristo che colava dal corpo crocifisso. In ogni caso, sia che fosse stato toccato dalla luce del sole o dal sangue del Figlio di Dio, il piccolo volatile che viveva tra le case e nei campi coltivati era ammantato dal mistero della santit. Non gli veniva data la caccia e i suoi nidi erano lasciati in pace anche dai ragazzini pi cattivi.
Nel corso dei secoli, molti uccelli sono stati collegati al sole in quanto gli unici animali in grado di salire fino al cielo e avvicinarsi alla brillantezza e al calore emanati dalla lampada del cielo. Non c' da stupirsi, quindi, se si raccontava che uno degli uccelli pi adorati e venerati fosse nato pi volte dal sole stesso.
Si trattava dell'Araba Fenice o Egiziana, una creatura il cui splendore non aveva paragoni possibili. Era pi grande di un'aquila e aveva la testa d'oro e le piume iridescenti che brillavano di ogni colore dell'arcobaleno, dal rosso al violetto al blu. Non esisteva nessuna creatura di bellezza simile e si diceva che potesse vivere trecento, cinquecento, o anche mille anni. Quando la sua vita si avvicinava alla fine, la fenice si ritirava sulle fronde pi alte di una palma nel deserto arabo e, nell'arco di una singola notte, costruiva un nido con delle gomme e delle spezie pi fragranti, tra cui incenso, cinnamomo e mirra. Quando, poi, a oriente appariva il primo fragile riflesso dell'alba, il magnifico uccello intonava il canto dedicato al sole e continuava a cantare anche mentre il sole incendiava il suo nido e consumava le sue piume splendenti. La fenice moriva cos in un dolore alleviato da soavi profumi. Quando pi nulla rimaneva del suo piumaggio e il fumo dolce era stato portato via dal vento, ecco il miracolo: le ceneri cominciavano a muoversi e da loro risorgeva l'uccello, tornando alla luce dalla morte, come faceva il sole ogni giorno.
La fenice era un'antica alleata dei poteri creatori dell'universo e in quanto tale poteva assicurarsi l'immortalit governando sulla luce del cielo. Le sue vittorie contro l'oscurit venivano onorate dai sacerdoti egiziani in grandi templi costruiti sul fiume Nilo a Eliopoli, la citt del sole. Altre popolazioni antiche credevano che il dio-sole stesso potesse talvolta assumere l'aspetto di un uccello e si servisse comunque degli uccelli come aiutanti. Per i Celti, per esempio, il dio-sole era rappresentato da un cigno che indossava una catena d'argento attorno al collo. In Grecia, il carro del dio-sole Febo Apollo veniva trainato nei cieli da uno stormo di cigni.
In molti casi, per, gli antichi legami tra divinit e volatili si sono affievoliti con il passare dei secoli. Gli studiosi hanno a disposizione solo pochi resti per spiegare e illustrare questo antico rapporto: qualche ceramica nei luoghi di culto, qualche affresco e qualche gioiello.
Le storie che ancora si raccontano potrebbero suggerire qualcosa a proposito di questa associazione delle ali alla luce, ma le parole si sono talmente stratificate generazione dopo generazione, che l'ascoltatore deve fare attenzione solo al nucleo della vicenda per poterne trarre informazioni utili.
 questo il caso delle storie popolari russe dell'uccello di fuoco, una creatura talmente bella da non poter essere descritta adeguatamente. Aveva occhi come cristalli e ali di Fiamme. Una sola delle sue piume poteva illuminare un'intera stanza. Si nutriva di mele che erano d'oro come il sole e come il sole potevano trionfare sull'oscurit della notte. Molte storie si raccontavano sui suoi straordinari poteri.
Sembra che nell'estremo oriente del mondo ci fosse una terra perennemente abbracciata dalle tenebre. Pesanti strati di nuvole immobili impedivano ai raggi del sole di raggiungere i campi e le colline e al vento di muovere dolcemente le fronde degli alberi. Gli animali non si azzardavano a pascolare e dai cespugli non proveniva il canto di alcun uccello. Il luogo era prigioniero in una rete di notte e sonno.
Al centro di questa terra, nascosto da cumuli di nebbia, si trovava un palazzo, anch'esso immerso nell'immobilit e nel silenzio. E, nel cortile nel palazzo, su un letto di fiori rigidi come quelli dipinti sulle tappezzerie, giaceva una giovane donna, pallida e fragile. Era la regina del paese della notte.
Ella indossava gli abiti ricamati e i copricapi delle principesse russe. Aveva gli occhi chiusi e il suo petto saliva e scendeva seguendo il ritmo regolare del respiro di una persona addormentata.
Nessuno poteva dire per quanto tempo rimase addormentata, madi certo tutti sapevano la storia del suo risveglio. Una notte, un nastro di fuoco attravers quel regno immerso nel buio. Fece un'ampia curva nel cielo, irrompendo nello strato di nubi e poi, rallentando all'improvviso, and a toccare il cortile in cui dormiva la principessa. Luci splendenti cominciarono a danzare sui muri del palazzo fino a quando la donna apr gli occhi: finalmente era cominciato il rito del risveglio.
Accanto a lei c'era l'uccello di fuoco che emanava scintille tutt'intorno e sul suo dorso sedeva l'uomo che, aiutato dall'animale magico, era venuto a liberare la fanciulla - proprio come era stato pronosticato il giorno della sua nascita.
Quando l'uomo scese a terra, l'uccello di fuoco si alz di nuovo, pi in alto, e and a strappare la coperta di nuvole scure con la sua aura di luce e calore prima di scomparire dalla vista. Una sola piuma luminosa cadde tra i fiori, ma n l'uomo n la donna vi fecero attenzione. Avevano occhi solo l'uno per l'altra, come tutti gli amanti all'inizio della loro gioia.
Dopo che l'uccello di fuoco se ne fu andato, le nuvole cominciarono a sciogliersi e a mostrare un cielo rosa. Subito, dal giardino, si alz il canto di un uccello che salutava l'alba tanto attesa.
Gli amanti ebbero, per, un solo giorno per gioire. Nel tardo pomeriggio, quando la notte che arrivava allungava le ombre nel giardino, l'uomo fu colto da uno strano tremore e, privo di sensi, cadde a terra, immobile e pallido come se fosse morto.
La principessa pianse a lungo vagando per le stanze del palazzo, distrutta dal dolore; inciampava negli oggetti e cadeva a terra, incurante del dolore. Le sembrava di sentire il richiamo del cortile e del letto di fiori e proprio mentre stava tornando al suo giaciglio per riaddormentarsi in un nuovo sonno eterno, si accorse della piuma dell'uccello di fuoco. La raccolse e vi si scald le mani.
Dopo pochi istanti, vide sopra di lei le ali di fiamma e il bagliore dell'uccello di fuoco che invadeva il palazzo: il gesto della principessa aveva richiamato immediatamente il magico animale. Il volatile atterr accanto a lei e, con un gesto del capo, la invit a salirgli in groppa.
Appena la principessa si sistem tra quelle ali splendenti, subito i due si alzarono in volo per attraversare la notte buia avvolti in un involucro di luce. Tale era il bagliore intorno a lei che la ragazza non vide n le stelle sopra di lei, n le terre che sorvolavano. Poi le ali rallentarono il loro battito e la terra cominci a farsi sempre pi vicina fino a che l'ebbero raggiunta. Erano arrivati in un arido e desolato panorama di rocce e scarpate scoscese. L'uccello di fuoco si ferm ai piedi di una roccia, e le ombre che si erano create grazie alla sua presenza subito scomparvero. L'animale chin infine la testa verso un'apertura della roccia: era una grotta.
La principessa si sporse e vide che c'era qualcuno dentro: una donna emaciata, vestita di nero, che cantava formule magiche sopra un fuoco che non sembrava fatto di fiamme bens di un mucchio di ghiaccio annerito e che scaldava un grande calderone nero.
Osservando la donna e il grande pentolone, alla principessa cominciarono a tornare in mente molti ricordi. Le sovvenne di quando era solo una ragazzina che giocava nelle ampie e numerose stanze del palazzo, illuminate dal sole di giorno e da candele e camini di notte.
Si ricord anche di avere una sorella che era sempre vestita di nero e correva nelle stesse sale del palazzo, ma che preferiva l'ombra e l'oscurit. Richiam poi alla memoria l'espressione di profondo odio dipinta sul volto della sorella, e le lunghe ore che la ragazza trascorreva a studiare polverosi tomi per acquisire la conoscenza di strane donne e di uomini dall'aspetto lugubre, che erano misteriosamente venuti a sapere dei suoi interessi. Ricord il giorno in cui sua sorella si concesse all'oscurit, per diventare una strega notturna, lanciando poi la maledizione del sonno sulla sua terra. Davanti a lei, ora, c'era la responsabile del suo dolore.
La principessa ag immediatamente, senza bisogno di riflettere. Corse dentro la caverna e diede un calcio al calderone, facendolo rovesciare. Dal liquido emerse un rubino a forma di cuore; la fanciulla lo raccolse e lo strinse nella sua mano (secondo alcune versioni della storia si trattava di un vero e proprio cuore che batteva). Di fronte a un simile affronto, la strega notturna lanci un grido e poi scomparve all'improvviso nel nulla.
Fuori dalla caverna, l'uccello del fuoco attendeva paziente. La ragazza risal subito tra le sue ali, stringendo in mano il rubino usato dalla strega per l'incantesimo che aveva praticato sul suo amante.
Tornata al suo regno, la fanciulla trov il principe ancora vivo e con gioia lo spos. Il giorno delle nozze, sopra le loro teste, risplendeva l'uccello di fuoco simile ad una stella o meglio a un sole minore.
Una favola per bambini, si potrebbe dire, ma dietro quelle immagini infantili si cela il ricordo di poteri reali e antichi. Una terra sterile, intrappolata nel buio, mentre la donna che dovrebbe governarla, riposa come se non fosse mai nata. Solo un mortale potrebbe liberarla e riportarla alla vita, ma le sue forze non sono sufficienti.
Ecco allora l'aiuto di un uccello della luce, una creatura splendente che attraversa i cieli con ali possenti portando il fuoco che ridona la vita.

Lo splendente messaggero della Cina In oriente un tempo viveva il Fng-huang, un uccello che, si diceva, discendeva dal sole stesso e che veniva chiamato anche la Fenice Cinese. Le sue piume erano talmente belle e variegate che la gente pensava fossero state imbevute della luce del paradiso. Il canto era composto di cinque note che si combinavano in una melodia perfetta e il volo elegante era considerato una ricchezza in grado di infondere una serenit paradisiaca.
Questa creatura meravigliosa era considerata dalla gente un messaggero delle epoche di prosperit e pace; esso appariva in cielo quando i grandi imperatori ascendevano al trono della Cina. Allora il suo canto armonioso riecheggiava in ogni montagna e continuava a propagarsi anche dopo che l'uccello era tornato a rifugiarsi nei palazzi degli dei.

Una fatale ascesa nell'empireo.
Dai tempi pi antichi, osservando il volo leggiadro degli uccelli, l'uomo ha desiderato condividere il potere di elevarsi da terra. Uno dei primi a riuscirci fu l'ateniese Dedalo, un abile artigiano al servizio del re Minosse di Creta.
Dedalo era un uomo noto per la sua arroganza e presunzione. Era stato esiliato da Atene per aver ucciso uno dei suoi apprendisti che stava diventando troppo abile. Una volta arrivato a Creta con suo figlio Icaro, fu assunto dal re per costruire il labirinto del Minotauro, ma fin con l'offendere il proprio padrone che decise di imprigionare sia lui che il figlio.
nessuna prigione avrebbe per potuto fermare Dedalo, che aveva nelle mani la magia di un artigiano abilissimo. Egli costru infatti due paia di ali fatte di piume di uccelli tenute insieme da cera e spago. Quando furono pronte, una notte, lui e il figlio ne indossarono un paio ciascuno e lasciarono l'isola in volo, dirigendosi verso nord-est, l dove sorgeva il sole dal mare splendente.
Dedalo si tenne vicino alle onde, ma Icaro, esaltato dal nuovo potere, sent il bisogno irrefrenabile di salire verso le vette pi alte del firmamento. Con pochi poderosi battiti delle ali il giovane si alz tanto da avvicinarsi al sole quanto nessuna creatura aveva mai osato fare prima.
Dedalo si sforz d convincere il figlio a ridiscendere e a rimanergli accanto, ma fu tutto inutile. Ben presto il sole sciolse la cera che incollava le ali alla schiena del giovane. Le piume si sparsero dappertutto, mosse dal vento, mentre il corpo d Icaro cadde in acqua dove trov la morte. Si diceva che le ninfe piansero a lungo vedendo la prematura fine di un ragazzo tanto bello e coraggioso.
Dedalo rimase invece a volare in tondo fino a che il cadavere del figlio non fu definitivamente inghiottito dalle acque del mare. Poi recuper il corpo e lo seppell su un'isola che venne chiamata Icaria, in onore del mortale che aveva osato sfidare il cielo.

Un protettore delle principesse Tra gli uccelli persiani, il re era Simurgo, una creatura simile a un gioiello le cui piume avevano poteri taumaturgici. I poeti dicevano che era il protettore delle famiglie reali e, per dimostrarlo, raccontavano una storia.
Una volta, un nobile guerriero ebbe un figlio che chiam Zal. Era un bel bambino che per aveva un grande difetto: i suoi capelli erano bianchi come le ali di un'oca. Si trattava di un pessimo presagio e il padre decise quindi di portarlo sulle montagne perch diventasse preda delle bestie feroci. Sorprendentemente per, il ragazzo non mor: il Simurgo lo trov e lo port nel suo nido per accudirlo durante la sua infanzia e fanciullezza. Quando fu cresciuto, l'uccello restitu al padre il ragazzo che, finalmente, ricevette tutti gli onori che meritava. Stando nel bosco aveva infatti imparato a farsi valere.
L'uccello allora, vedendo la sua missione finita, scomparve, lasciando per una sua piuma come amuleto per proteggere Zal per tutta la sua vita. E quando Zal si spos e la sua sposa rimase incinta, quella piuma fece s che suo figlio nascesse sano e forte come un eroe. Quel bambino era Rustam, il pi grande guerriero persiano di tutti i tempi, un giustiziere di draghi e un protettore del suo popolo.

Una meraviglia dell'Oceano Indiano.
Secondo Marco Polo sulle coste del Madagascar, un'Isola a est del continente africano, viveva un uccello chiamato Ruc, Rukh o Roc. Il Roc aveva la forma di un'aquila e un'apertura alare di quasi venti metri. Era talmente forte che poteva sollevare un elefante dopo averlo intrappolato nei suoi artigli. Per nutrirsi dell'enorme preda e procurare il cibo ai suoi piccoli, l'uccello era poi solito volare ad altezze vertiginose da cui lasciava cadere a terra l'animale catturato che andava puntualmente a sfracellarsi al suolo.
Altri racconti simili a questi furono riferiti da quel meraviglioso narratore che fu Simbad il marinaio di Baghdad. Di ritorno da un suo viaggio, raccont di essersi arenato su un'isola deserta e di essersi salvato avvolgendo la stoffa del suo turbante agli artigli di un Roc. L'uccello gigante aveva volato fino a un'altra isola dove il marinaio era riuscito a mettersi in salvo senza essere visto. Per dimostrare la veridicit della sua storia esibiva i diamanti che aveva trovato sulle spiagge della seconda isola, da cui era tornato alla civilizzazione facendosi trasportare da un'aquila.

Gli ALATI MAESTRI D'ARMI Del GIAPPONE.
Nel lontano Giappone un tempo vivevano i Tengu, una razza di gnomi alati temuti e rispettati per la loro maestria nelle arti marziali e nell'arte della guerra. La loro dimora era una fortezza sul Monte Kurama, a nord di Kyoto. Essi sembravano esistere da sempre e il loro regno era perennemente immerso in fitte nebbie.
Per qualsiasi mortale era una benedizione poter trascorrere con loro qualche tempo poich, sotto la loro tutela, poteva assorbire alcuni dei loro poteri.
Cos accadde anche a Ushiwaka, figlio di Yoshimoto e membro di uno dei clan pi potenti che vissero durante la turbolenta epoca della guerra dei samurai. Dopo che suo padre fu ucciso e il territorio del suo clan conquistato, il figlio fu confinato in un lontano monastero. Spinto dal desiderio di vendicare suo padre, Ushiwaka riusc ad arrivare al mondo dei Tengu. Ogni notte, senza mai sapere se stava dormendo o se fosse sveglio, egli lasciava il monastero e passeggiava nei padiglioni della trib alata. I Tengu accolsero Ushiwaka come un re e gli insegnarono i loro segreti. Egli pot osservare i soldati con le ali - che appena si muovevano - in equilibrio su corde allentate. Quell'esercizio era una manifestazione corporea della grazia interiore. Ushiwaka tent molte volte e, dopo tante cadute, riusc finalmente a rimanere in bilico e a superare la sfida della corda. A Ushiwaka per non bastava la sola forza spirituale per portare a termine il suo progetto di vendetta. I nemici, infatti, erano forti e potenti. I Tengu allora gli insegnarono pazientemente i segreti da usare in battaglia, nella lotta con l'asta e nelle sfide con le spade. L'allenamento fu duro ma con il tempo la lama di Ushiwaka arriv a brillare di un potere che superava quello dei comuni mortali. Aveva imparato a comandarla dal centro stesso del suo essere.
Ushiwaka era quasi pronto, mancava solo un ultimo dettaglio della sua preparazione. Egli desiderava infatti vedere dove dimorava l'ombra di suo padre in paradiso. Anche questo rientrava nei poteri dei Tengu che per, come era loro abitudine, preferirono non rivelare apertamente la cosa. Essi dissero infatti al ragazzo che, prima di poter comprendere appieno la luce, egli doveva imparare a conoscere le tenebre. Perci, su ali di nuvole, il re Tengu accompagn il mortale a vedere i luoghi in cui i dannati scontavano il loro crudele destino. Ushiwaka vide una terra dove donne pallide annegavano per l'eternit in un lago di sangue, vide una schiera di fantasmi affamati, vide un inferno dove i deboli erano condannati a bruciare per l'eternit. Ormai per la forza Tengu era in lui e quelle tremende scene non lo toccarono n lo sconvolsero. Era quindi pronto a intraprendere il viaggio fino al paradiso dove ricevette la benedizione di suo padre.
Tornato sulla terra, Ushiwaka divenne invincibile. Sconfisse i nemici di suo padre e riconquist i territori perduti. E per tutta la sua vita continu a beneficiare della protezione del re Tengu, il quale vegli costantemente sul mortale che aveva educato.

Un uccello nunzio di morte.
Il Caladrius con il collo di cigno era considerato uno dei pi nobili uccelli dotati del dono della preveggenza. Veniva tenuto dentro le corti pi maestose in quanto aveva il potere di annunciare la morte di un re. Gli studiosi sostenevano che egli girava la schiena ai sofferenti in procinto di morire. Nel caso per che il malato in questione avesse anche solo una possibilit di guarigione, l'uccello assorbiva la malattia e poi volava lontano per disperderla nell'aria.


Un Bestiario Incantato.
Fin dai tempi pi remoti molti studiosi hanno scritto e raccontato di strani animali che avevano visto durante i loro viaggi o di cui avevano sentito parlare da altre persone. In un mondo ancora tutto da spiegare e da scoprire, spesso falsi resoconti si mescolavano a racconti di fantasia per dare origine a equivoci e falsit. Per esempio, la storia che le anatre nascevano dai Cirripedi era semplicemente un'erronea spiegazione che circolava tra quelle popolazioni che non avevano mai visto i nidi di questi animali migratori (come effetto di questo, la parola francese canard- anatra - ha anche il significato di menzogna). Nessuno per poteva dubitare di alcuni esseri meravigliosi che abitavano il mondo, e di cui ci sono state numerose testimonianze.
Il Manticore e il Mermelicon.
nella famiglia dei leoni vi erano due specie particolari, una che incuteva timore l'altra che suscitava piet. In India viveva il manticore, che aveva il corpo di leone, una testa di essere umano e si nutriva di esseri umani, nessun cacciatore poteva sentirsi al sicuro dalle spine della sua coda o dalla sua tripla fila di denti. Il dolce mermelicon dell'Asia, invece, aveva una struttura particolarmente sfortunata: una testa di leone era infatti appiccicata sul corpo di un'enorme formica. Poich l'apparato digerente della formica non poteva sopportare la carne, la testa di leone era destinata a morire di fame e la creatura non poteva sopravvivere pi di qualche ora dalla sua nascita.

L'Agnello Vegetale.
Alcuni avventurosi viaggiatori che si spinsero fino al regno dei Tartari, sulle coste del mar Caspio, raccontarono di aver visto piccoli animali ricoperti di lana uscire dai boccioli maturi di alcuni alberi. Molto apprezzati per la lana pregiata, i barometz - "piccoli agnellininella lingua tartara - erano condannati a un'esistenza breve e crudele. I barometz rimanevano legati da un cordone ombelicale al proprio baccello e si nutrivano dell'erba che cresceva attorno alla pianta. Una volta esaurita essi, non potendo muoversi, erano destinati a morire di fame.

Il Basilisco Il pi letale e pericoloso di tutti i serpenti. Questa creatura del deserto libico deriv il suo nome dal greco basileus che significa "re", perch era considerato il sovrano della sua specie, nella sua testa colorata di gallo brillavano due enormi occhi, il cui sguardo malefico poteva uccidere chi lo incontrava. Il suo respiro poteva portare la pestilenza nell'intera regione circostante e arrivava a uccidere anche gli uccelli che volavano nell'aria sovrastante. Malgrado il suo corpo di serpente, il basilisco non strisciava, ma si muoveva sollevandosi sulle sue enormi spire.

Il Catoplebas e il Gulon.
Alcune bestie antiche avevano caratteristiche molto particolari: in Etiopia viveva, per esempio, il catoplebas, un animale simile a un bufalo ma ricoperto di squame che masticava sulle sue zampe anteriori. La sua pesante testa sembrava annuire continuamente, da cui deriv il suo nome che, in greco, significa "colui che guarda in basso". Questo fatto diminuiva la sua pericolosit poich, sebbene come il basilisco avesse il potere di uccidere con lo sguardo, raramente si guardava intorno. Nel lontano nord, nei campi di neve della Scandinavia, i cacciatori uscivano in cerca del gulon, un animale goloso che si nutriva di carogne la cui pelliccia era particolarmente pregiata per i copricapi.

Il Periton.
Dotato di grandi ali, questo animale simile a un cervo potrebbe essere associato al Pegaso della Grecia. Secondo fonti antichissime, l'animale proiettava l'ombra di un uomo invece che la propria. La cosa fece pensare che si trattasse dell'incarnazione degli spiriti degli avventurieri che erano morti lontano da casa. Queste creature furono avvistate spesso, nell'antichit, nelle isole del Mediterraneo e vicino allo stretto di Gibilterra. Sembra che si nutrissero di carne umana e che, per procurarsela, attaccassero i marinai in viaggio. Nessuna arma si rivel mai efficace contro questa creatura.


Capitolo Tre.

Una Immagine di Purezza.

Nel tempo passato, i tappezzieri di diverse epoche hanno sprecato ore e ore di lavoro nel vano tentativo di riprodurre sulla stoffa la bellezza dell'unicorno. Innanzitutto, i pittori disegnavano l'animale su ampi rettangoli di tessuto, poi si soffermavano a lungo nel tentativo di rendere la purezza e lo splendore dell'animale attraverso il suo unico corno a spirale e alla fine circondavano l'animale di campi fioriti e ruscelli d'argento. Poi, su enormi telai di legno massiccio, gli abili tessitori di Bruge, Bruxelles e Lilla copiavano i dipinti (detti cartoni) con fili di seta e lana finissima tinti di rosso e arricchiti con oro e argento.
Quando il rumore delle spolette cessava e venivano annodati gli ultimi fili, i tessitori si trovavano in mano un vero e proprio tesoro: arazzi che sembravano frutto di un incantesimo e che andavano a decorare i muri dei palazzi nobiliari per allietare lo sguardo dei pigri cortigiani.
E quelle immagini tessute nella stoffa erano davvero delle meraviglie incantate. Mostravano l'unicorno sia nei suoi momenti di pace e riposo tra i boschi, sia nelle battaglie contro gli uomini. Tuttavia, per quanto meravigliosi, questi arazzi erano il frutto di abili mani umane e riuscivano a riprodurre solo in parte gli echi di nobilt e di mistero dell'unicorno. Dopo tutto, questi pittori, tessitori e tintori lavoravano chiusi tra quattro mura all'interno della citt e non avrebbero mai osato avventurarsi nel mondo selvaggio e sconosciuto al di fuori e non potevano aver mai occasione, quindi, di vedere un vero unicorno. Queste creature meravigliose vivevano infatti sulle montagne e nelle foreste, lontane dalla confusione delle citt.
Solo gli avventurieri potevano incontrare gli unicorni e gli avventurieri non erano certo degli artigiani sedentari. Erano cacciatori, uomini che cercavano di catturare quelle creature e di sfruttarne la magia. Uno di loro raccont la propria storia.
La vicenda si svolse in Francia, forse ad Anjou, o in Bretagna, vicino alle foreste di Brocliande dove vivevano ancora creature misteriose come gli unicorni. Il paesaggio della Brocliande, con le sue querce secolari e il fitto e misterioso sottobosco, era adatto a ospitare esseri misteriosi che partecipavano degli ancestrali poteri magici. E sebbene qualche insediamento umano avesse cominciato ad apparire qua e l all'orizzonte - castelli ma anche villaggi non fortificati - pochi esseri umani avevano avuto il coraggio di azzardarsi a penetrare il bosco e i suoi misteri, nessun fuoco di carbonella fumava sotto quella protezione di foglie. Nessun bracconiere si azzardava tra gli alberi, poich nemmeno la lepre pi grossa del mondo valeva il rischio di incontrare le fate e gli spiriti del mondo antico che ancora, si diceva, sopravvivevano nel bosco. Il luogo sembrava quindi al sicuro da qualsiasi intrusione da parte dei mortali.
Un mattino d'autunno, per, un uomo si trov a camminare lentamente lungo il margine del bosco stregato, guardandosi attorno con uno sguardo vigile e particolarmente ben allenato. Indossava un gil rosso per tenersi caldo e grossi gambali per proteggersi dalle spine e dai rovi; un corno ricurvo di bue pendeva dalla sua spalla. Accanto a lui, al guinzaglio, trotterellava un robusto cane da caccia con le lunghe orecchie che penzolavano mentre la sua testa si muoveva a destra e sinistra e il naso, a terra, sembrava seguire una traccia.
L'uomo era un lymerer, uno di quei cacciatori bretoni di cui oggi sono stati dimenticati i nomi. Il suo compito, quella mattina, costituiva il primo passo del complesso rituale della caccia medievale: doveva infatti trovare, con il suo lymer o segugio, il luogo in cui viveva un cervo e segnalarlo in modo che il signore e il suo seguito potessero seguire le sue tracce. Quel mattino per, il lymerer trov qualcosa che superava anche il pi meraviglioso dei cervi.
Accadde tutto quasi per caso. Improvvisamente, l'uomo rimase immobile dove si trovava e anche il cane non riusc ad avanzare di un passo. Davanti a loro, nella penombra del bosco, c'era un unicorno, un'ombra pallida contro le nere colonne dei tronchi d'albero. I muscoli della bestia si gonfiavano dolcemente sotto un manto bianco come la luna; il corno a spirale - che valeva il suo peso in oro moltiplicato cento volte - splendeva come una perla. Per un momento gli occhi scuri e liquidi della creatura rimasero fissi sull'uomo e sul suo animale. Poi l'essere magico si gir e trotterell di nuovo verso la foresta pi folta di Brocliande. I suoi zoccoli non emettevano alcun suono al contatto con il terreno.
Esperto di caccia, il lymerer non fece nulla che potesse spaventare l'animale. Non emise alcun suono n si mosse fino a quando l'unicorno non fu scomparso tra gli alberi. Si annot la posizione in cui l'aveva visto e sistem con cura dei rami per indicare la direzione presa dall'ambita preda. Poi, con il cane che ansimava al suo fianco, si diresse di nuovo verso le torri della fortezza del suo signore.
Nel giro di due ore il lymerer torn ai margini della foresta e questa volta non da solo. Era a capo di una processione vivace e colorata. Indossando cappelli piumati, velluti e sete, il padrone con il suo seguito e la sua consorte accompagnata dalle damigelle di corte cavalcavano verso il bosco mentre i campanelli legati alle loro briglie risuonavano nell'aria fredda. I cavalieri erano armati di spada. Tutt'intorno a loro, la compagnia per la caccia: tiratori d'arco e portatori di lance, staffieri e paggi e, in disparte il maestro di caccia, un uomo dall'aria preoccupata che aveva in mano il suo corno e che dava ordini a tutti coloro che lo seguivano.
Dietro al padrone, camminando in una marea di corpi lucidi e code in movimento, venivano i due guardiani dei cani, ognuno con una dozzina di guinzagli da tenere. Uno di questi controllava un branco di levrieri che cacciavano usando la vista; l'altro invece dava ordini a segugi o courser che seguivano il loro fiuto. Erano in tutto una sessantina di animali.
Mentre la compagnia si avvicinava alla foresta, il signore della caccia sollev una mano e i cavalieri si fermarono. Si chin verso il lymerer senza scendere da cavallo.
"Hai visto qui, l'animale?". "S".
"Questa  la foresta di Brocliande. Nessun mortale osa entrarvi".
L'uomo scroll le spalle. "Era un unicornodisse semplicemente. "Ho visto il corno".
Il padrone lanci un'occhiata al signore di quelle terre che annu esprimendo con lo sguardo il desiderio di andare avanti nelle imprese. Poi, al segnale del cacciatore, uno dei guardiani dei cani lasci liberi due segugi i quali, insieme al lymerer e al suo cane, s'infilarono nella foresta in cerca della traccia che portava alla dimora dell'unicorno. L'abbaiare lontano degli animali rivel alla compagnia che i segugi avevano trovato la scia dell'odore. Il rumore venne seguito dalle note acute del corno del lymerer che chiamava i cacciatori all'azione. I guardiani dei cani liberarono allora sia i segugi che i levrieri seguiti dal padrone e dai suoi cortigiani.
I cavalieri trovarono il lymerer ai bordi di una radura. Aveva liberato i cani e stava facendo dei gesti indicando lo spiazzo davanti a loro. Lo spettacolo ammutol i cacciatori e i cani pi nervosi rimasero immobili e in silenzio.
In tutte le terre circostanti era ormai autunno avanzato, i campi si tingevano di marrone e le foglie cadevano dagli alberi colorando il terreno di rosso e oro. Nella radura di Brocliande, per, tutto era in fiore. Gli aranci, i peschi e gli albicocchi spandevano un dolce profumo di fiori e i rami si piegavano sotto il peso dei frutti maturi. Un ruscello scorreva attraverso il boschetto circondato da non-ti-scordar-di me e piante medicinali. Gli uccelli cinguettavano tra i fiori e i frutti e non volarono via alla vista dei cacciatori, ma si rifugiarono all'ombra di un unicorno bianco, immobile come se fosse stato scolpito nell'avorio.
La terra non avrebbe potuto mostrare uno spettacolo pi bello e affascinante. Lo sguardo fermo dell'unicorno, fiero e privo di paura, era rivolto su quei mortali invadenti e i loro cani da caccia.
"Non possiamo uccidere quell'animaledisse il lymerer sotto voce. Ogni moto d'avarizia lo aveva abbandonato di fronte a un simile miracolo della natura.
Il maestro di caccia, per, replic in tutt'altro tono, infrangendo l'incantesimo che era sceso sui cacciatori.
"Non adessodisse. "Non ci sarebbe alcun divertimento nel prenderlo cos". Si guard intorno alla ricerca dell'approvazione del signore, che, puntualmente, trov: la preda doveva essere uccisa nella sua tana.
Di conseguenza, il signore della caccia diede l'ordine di costringere l'unicorno alla fuga. I cani si spinsero subito in avanti seguiti dagli uomini armati di lancia. Gli uccelli si alzarono immediatamente in volo cercando rifugio tra i rami. L'unicorno all'inizio rimase immobile e poi si limit a fare qualche passo indietro per mantenere una distanza minima tra lui e gli uomini e i cani che si avvicinavano. Poi, in pochi istanti, scoppi un vero e proprio pandemonio. Gli uomini armati di lancia lo circondarono rimanendo a una distanza di sicurezza. I cani alla testa del branco si allontanarono in fretta, vedendo la reazione della creatura, ma uno dei levrieri fu troppo lento e fini infilzato nel corno a spirale.
In quell'istante, una lancia colp la spalla dell'unicorno e il sangue cominci a colare sul manto bianchissimo. Girando rapidamente su se stesso, l'unicorno riusc ad allontanare il cerchio dei suoi persecutori, poi si sollev in aria e con tre colpi d'ala decisi riusc a scomparire tra gli alberi.
Il maestro di caccia suon l'appel, una nota tremante e profonda che dava inizio alla caccia vera e propria. I cani si infilarono tra gli alberi sulla traccia dell'unicorno. Subito dietro veniva il maestro della caccia e il resto della compagnia.
Solo il signore rimase immobile. Studioso appassionato ed erudito, oltrech cacciatore, lui sapeva ci che il maestro di caccia ignorava. La pi rara delle creature poteva forse essere rincorsa e raggiunta, ma non sarebbe mai potuta morire per mano umana senza ricorrere a misure del tutto eccezionali. L'unicorno infatti si sarebbe arreso solo alla presenza di una vergine. Quindi, prima di raggiungere gli altri cacciatori, il signore istru un paggio perch portasse un messaggio a sua moglie.
Il ragazzo, deluso di non poter partecipare alla caccia, sospir e si diresse verso le donne che aspettavano ai margini del bosco. Vestite di blu e rosso, le loro trecce adornate d'oro, esse rappresentavano una vivace macchia di colore nella campagna autunnale, come se degli uccelli del paradiso fossero venuti sulla terra per un giorno. Il paggio scese da cavallo e rifer il messaggio del suo padrone.
La signora annu guardando il ragazzo, poi, sorridendo, lo rassicur: "Non ti preoccupare, oggi potrai seguire la caccia ascoltando la musica".
E la donna aveva ragione. La foresta risuonava dei vari segnali dei corni da caccia e dei guaiti gutturali dei segugi.
A tratti acuta e vicina, a tratti lontana come un'eco persa nella foresta,la musica della caccia continuava a riecheggiare anche ai margini del bosco.
 Mentre il paggio passeggiava nervosamente avanti e indietro in preda alla frustrazione di non poter prendere parte alla caccia,
 le donne chiacchieravano tra loro dei soliti argomenti; loro, a differenza del giovane, erano abituate ad aspettare e a far trascorrere il tempo. La signora lesse da un
 piccolo libro delle ore che pendeva da una
 catena d'oro attaccata alla sua cintura. Di tanto in tanto alzava il capo per ascoltare il suono dalla foresta e, dopo pi di un'ora, chiuse il libercolo.
"Stanno facendo fuggire la preda verso questa raduradisse. "L'unicorno non pu essere ucciso all'interno di Broclandie. Vieni, mia cara". E, seguendo le istruzioni ricevute dal paggio, prese per mano una bambina dai capelli biondi, la pi giovane delle sue vergini. Il resto delle sue damigelle tornarono verso i cavalli e lasciarono libero lo spazio ai cacciatori. La signora port la fanciulla fino al bordo della foresta e le disse di rimanere l immobile e di non aver timore. Poi anche lei mont a cavallo e si allontan dalla radura.
La fanciulla rimase in piedi ad attendere, la schiena eretta e le mani strette attorno alla vita. Era spaventata e tremava leggermente, ma rimase immobile al suo posto anche mentre sentiva il tuono dei cacciatori che si muovevano verso di lei.
Improvvisamente si sent un rumore di rami rotti e apparve l'unicorno che si diresse immediatamente verso la vergine. Gli usciva sangue dal naso e correva in modo affaticato e scomposto, ma continuava a risplendere di una bellezza lunare.
Segu un momento di immobilit totale e incantata: l'animale cacciato aveva visto la vergine.
Poi, come se fosse stato pienamente consapevole che era giunta la sua ora, fece qualche passo in avanti. Si inginocchi davanti alla fanciulla, appoggi la sua testa incoronata d'avorio sull'erba e si abbandon al suo destino.
La morte sopraggiunse immediata. Il signore cavalc davanti a tutti e port la fanciulla fuori da ogni pericolo mentre i cani arrivarono correndo dal bosco per fare a pezzi l'unicorno ucciso. Vicino ai cani c'erano gli uomini armati di lancia che urlavano selvaggiamente mentre trafiggevano con le loro armi il collo dell'animale a terra. Uno zampillo di sangue sgorg a macchiare il manto bianco.
Poi il maestro della caccia port il suo corno alle labbra. Si alzarono al cielo le note del mort, il canto che celebrava la felice riuscita della caccia, il trionfo dell'uomo sulla natura. Sempre de la Buigne, scrisse a questo proposito: "Nessun uomo che ha udito quella melodia potr mai desiderare sentirne altre",.
Cos avvenne la morte di una creatura la cui bellezza superava la comprensione umana, sacrificata al piacere degli uomini.
La rara bestia fu caricata in groppa a un cavallo e portata alla fortezza del signore per essere macellata secondo il metodo con cui si macellavano i cervi. Le porzioni di prima scelta andarono al lymerer e al maestro di caccia come premio per il loro lavoro mentre i cani si azzuffarono sulle frattaglie. Il corno d'oro and invece al signore e a sua moglie.
Alla fine, tutti festeggiarono e si riposarono dalle fatiche della caccia, per nulla turbati dalla distruzione dell'unicorno. Proprio come quell'intrepido cacciatore del quattordicesimo secolo, Qaston Comte de Foix, soprannominato Febo, scrisse del cacciatore che tornava da un'impresa ben riuscita: "Dopo, la sera e per tutta la notte, si riposa della grande fatica affrontata, mangia, beve e poi si corica in un letto con la biancheria fresca di bucato e dorme sereno senza sogni cattivi. Ecco perch dico che i cacciatori non solo vanno in paradiso quando muoiono, ma vivono la loro vita meglio di chiunque altro".
I cacciatori vissero in un'epoca in cui gli unicorni erano sconosciuti, spiriti fuggenti che vivevano lontano dai mortali e preferivano i luoghi ancora intrisi di magia. Migliaia di racconti si intrecciavano per descrivere la bellezza e la nobilt degli unicorni, per raccontare dei poteri magici del loro corno che poteva purificare le acque avvelenate e del fatto che non potevano essere uccisi se non in presenza di una vergine. Poche persone per li avevano visti. Gli studiosi di tutto il mondo cercarono di spiegare le origini di queste creature e dei loro poteri e coloro che andarono a indagare nei testi dell'antichit trovarono notizie sconcertanti e sorprendenti.
Il primo unicorno avvistato in Europa fu descritto da Giulio Cesare nel De Bello Gallico, il suo resoconto della guerra contro i Celti della Francia. Il famoso condottiero aveva sentito dire che quelle creature meravigliose abitavano la foresta di Hercynian sulle rive del Reno - una striscia di bosco cos fitta che non sarebbe bastato un viaggio di due mesi per attraversarla. Sembrava il luogo perfetto per un animale come l'unicorno e infatti Cesare rifer di aver visto un animale "con la forma di un cervo, dal mezzo della fronte, tra le due orecchie, sporge un solo corno, pi lungo e dritto di quelli a cui siamo abituati". Purtroppo questo fu tutto ci che scrisse, il breve e secco commento di un soldato che non si lasciava distrarre nemmeno da una visione divina.
Per trovare altre testimonianze pi dettagliate bisogna risalire a epoche pi antiche e spostarsi pi a oriente. Dai documenti ritrovati, sembra che l'unicorno provenisse originariamente dall'Asia.
Si trova un cenno riferito all'esistenza degli unicorni in un greco di nome Ctesia di Cnido che lavorava come medico alla corte dei re persiani Artaserse II e Dario II verso la fine del quinto secolo a.C. Ctesia fu infatti il primo a raccogliere e ordinare tutti i racconti che circolavano a corte su questo essere per informarne i suoi compaesani greci.
"In India ci sono asiniscriveva Ctesia "che sono pi grandi e robusti dei cavalli.
Hanno il corpo bianco, la testa rosso scuro e gli occhi blu. Hanno un corno nel mezzo della fronte che  almeno un cubito di lunghezza. La base del corno  di un bianco purissimo. La parte superiore  appuntita e di colore rosso, mentre quella centrale  nera. Dal corno si ricavano dei bicchieri e coloro che bevono da questi bicchieri sono protetti dal rischio di convulsioni e altre orrende malattie. Sono inoltre immuni dai veleni se, dopo averli ingeriti, bevono acqua o vino dal corno".
ctesia in realt non vide mai con i propri occhi la creatura che descrisse. In queste righe egli si limit a ripetere i racconti che sentiva dai viaggiatori che si spingevano fino all'Himalaia e al Tibet, regioni che allora venivano incluse nella generica definizione di India. Forse sent invece raccontare in modo confuso dell'unicorno cinese, animale riverito e onorato al di sopra di tutti gli altri e che era considerato il re di tutti gli animali che vivevano sulla terra.
Questo unicorno si chiamava k'i-lin. K'i era il maschio e lin la femmina. Aveva un corpo simile al cervo, gli zoccoli di un cavallo e il suo corno era lungo pi di tre metri. I colori del suo corpo erano variegati come quelli di un arcobaleno. Il K'i-lin non era un animale selvatico a cui si dava la caccia: era pi simile a un dragone e appariva agli esseri umani solo raramente per annunciare grandi eventi o cambiamenti.
La prima volta fu visto nel 2697 a.C. Splendente nel suo manto dai mille colori, l'unicorno apparve all'improvviso, trotterell per i padiglioni del palazzo imperiale di Huang-ti e poi scomparve nel nulla.
Grazie a quell'evento i sudditi seppero subito che li aspettavano anni di floridezza economica e felicit. E cos fu: Huang-ti fu l'inventore degli strumenti musicali e insegn al suo popolo come costruire le case in mattoni. Fu inoltre l'imperatore che per primo riun tutto il popolo cinese. Il k'i-lin apparve di nuovo all'imperatore verso la fine della sua vita e lo port sul suo dorso a visitare il regno dei morti.
Si raccontava anche che il k'i-lin fosse apparso a una giovane di nome Yen Chentsai vissuta nel sesto secolo a.C. Abbassando la sua testa aveva fatto scivolare tra le mani della fanciulla un'enorme giada su cui era scritto che lei avrebbe partorito un re senza trono. E cos fu.
La ragazza mise infatti al mondo il grande Confucio, un re senza trono che con i suoi insegnamenti diede vita al sistema statale basato sull'ordine e l'obbedienza che caratterizz la Cina per secoli.
Il k'i-lin era sempre e comunque un benefattore, che sapeva distinguere il buono dal malvagio e che non si nutriva di alcun essere vivente. La sua immagine era incisa sulle sedie amaranto su cui venivano portate le spose alla dimora dei loro mariti e veniva dipinta sulle porte dei ginecei di migliaia di case asiatiche per augurare alle donne parti sereni e senza problemi.
L'unicorno cinese aveva un passo talmente leggero che i suoi zoccoli non facevano alcun rumore quando toccavano il suolo. Era una creatura nobile, come quelle che abitavano i boschi europei, ma non aveva la loro stessa fierezza e, a ben pensarci, forse i racconti di Ctesia potevano provenire pi che dalla Cina dall'India e dalla Persia stessa, nelle cui pianure viveva una creatura simile a un lupo che aveva appunto un unico corno e che era noto come karkadan. Un predatore solitario cos feroce che qualsiasi altro animale si teneva lontano dai suoi territori. Tanta era la sua forza che poteva uccidere anche un elefante e la sua testa rappresentava un trofeo per tutti i principi.
Malgrado la sua aggressivit, anche questo essere aveva degli aspetti in comune con gli unicorni europei: l'animale poteva infatti essere catturato solo alla presenza di una vergine e i manici dei coltelli ricavati dal suo corno trasudavano uno strano liquido e tremavano violentemente alla presenza di qualsiasi tipo di veleno.
La questione della vergine non e mai stata risolta malgrado gli sforzi di numerosi studiosi che in Europa hanno dedicato anni di lavoro alla soluzione del mistero. I cristiani sostenevano che la presenza della vergine agisse come un balsamo calmante sull'animale. Secondo loro, la creatura pi nobile e pura delle origini del mondo non poteva che inginocchiarsi di fronte all'esempio di perfetta moralit rappresentato dalla fanciulla. Nel dodicesimo secolo, la madre superiora Hildegard di Bingen, studiosa e poetessa, forn una spiegazione alternativa e forse pi romantica del fenomeno. Secondo la donna, infatti, l'unicorno veniva semplicemente sopraffatto dall'amore per le donne che incontrava sul suo cammino e non era quindi pi in grado di reagire e difendersi dagli attacchi degli uomini.
In ogni caso, l'animale selvaggio pi puro e gentile si inchinava solo davanti a un essere umano altrettanto puro e gentile. E nel suo ambiente naturale, lontano dalle minacce dei mortali, l'unicorno era l'incarnazione della serenit, un protettore che gli animali circondavano come un dio.
Alcuni viaggiatori medievali che ebbero la fortuna di vederlo, raccontarono di come poteva ripulire fiumi e laghi a beneficio degli altri animali del bosco. Giovanni di Hese, un sacerdote di Utrecht che si rec in Terra Santa nel quattordicesimo secolo, raccont di un unicorno che purific le acque amare del fiume Marah nel campo di Heylon, in quella che attualmente  la penisola del Sinai.
Ogni giorno, racconta Giovanni, dopo il tramonto le acque del lago venivano avvelenate da alcune creature notturne, ma all'alba le acque erano di nuovo splendenti: "La mattina, dopo l'alba, arriva l'unicorno e bagna il suo corno nella corrente, prosciugando tutto il veleno in modo che gli animali possono abbeverarsi tutto il giorno senza correre rischi. E questo io l'ho visto con i miei occhi".
In casi di pericolo o necessit, l'unicorno poteva andare in aiuto anche degli esseri umani. Re Art, per esempio, negli ultimi anni della sua vita soleva raccontare ai suoi cavalieri della tavola rotonda dell'incontro con un unicorno.
"Ero giovane e andavo in cerca di avventure per i mari della Scozia. Sapevo che le piccole isole a nord riservavano sorprese e mostri degni di essere combattuti. Un giorno mi trovai intrappolato in una fitta nebbia. L'imbarcazione vacillava e la vela era ormai zuppa d'acqua quando mi trovai arenato in una spiaggia ricoperta di ciottoli. Allora saltai a terra e mi misi a esplorare i dintorni ignaro di cosa potesse attendermi.
"All'inizio non vidi nemmeno un'abitazione e pensai che l'isola fosse deserta.
Poi mi accorsi di una torre di pietra che si ergeva solitaria tra gli alberi. Mi fermai a osservarla senza sapere cosa pensare: i muri grigi erano completamente spogli, non vi erano n porte n finestre. Mentre ero perso nei miei pensieri, sentii una voce che diceva: salve straniero. Chi sei? E di cosa hai bisogno? Mi girai e mi trovai di fronte a una specie di nano molto anziano. L'uomo era disarmato e nella faccia indurita dal vento e dal mare brillavano due occhi che sembravano sinceri. Risposi allora: Sono re Art, sono finito su questa spiaggia e chiedo la tua benevolenza. E l'avrai mi rispose il nano. Quando la nebbia si alzer ti far tornare sano e salvo a casa. Poi mi offr dell'acqua da bere. Dopo che mi fui ristorato cominciai a fargli qualche domanda: Sei il solo ad abitare qui? Com' possibile che non ci siano altri esseri umani? Non sono affatto solo rispose il nano e se vorrai potr raccontarti la storia della mia vita. Naturalmente mi mostrai molto interessato e cos ci sedemmo entrambi sull'erba e il nano cominci a raccontare. Era nato in Northumberland e aveva vissuto felice fino a quando il suo re capriccioso non lo aveva esiliato insieme a sua moglie incinta in quell'isola lontana. Erano sbarcati senza armi n cibo. Poco dopo la donna, con il solo aiuto del marito, aveva dato alla luce il bambino ed era morta. Il nano allora aveva avvolto il bambino nel mantello della moglie per scaldarlo, aveva seppellito la moglie e si era messo in cammino verso il bosco in cerca di un rifugio. Lo trov in un buco nel tronco di una quercia grande abbastanza da poter ospitare sei cavalieri.
"Dentro il buco, per avevano gi trovato rifugio altre creature e si trattava di creature meravigliose: tre piccoli esserini bianchi simili a cerbiatti giacevano in un angolo addormentati. Sulla loro fronte brillava una piccola stella d'argento, il segno di dove sarebbe cresciuto il corno dell'unicorno.
"Il nano sistem il suo bambino tra i fianchi caldi degli animali poi si gir, per affrontare la madre che aveva sentito arrivare. Era grande come un cavallo e bianca come una nuvola e il corno a spirale che cresceva sulla sua fronte brillava come se fosse di metallo. L'unicorno femmina colp il terreno una volta con uno zoccolo poi abbass la testa, pronta a caricare l'intruso. Il nano, terrorizzato, si diede alla fuga, lasciando il bambino insieme agli altri piccoli.
"Non and lontano poich subito fu raggiunto dai vagiti del figlio che, per, non durarono pi di qualche istante. Allora torn strisciando verso la quercia e si mise a origliare. Dall'interno del tronco non veniva alcun suono. Sporse la testa all'interno e vide una luce bianca. L'unicorno femmina si era sdraiata e stava allattando il figlio del nano.
"Cos era iniziata la sua vita sull'isola. Per un certo periodo l'unicorno aveva dato rifugio sia a lui che a suo figlio che crebbe forte e sano e grande poich era stato nutrito con latte magico. Alla fine, padre e figlio si erano costruiti la propria dimora; prima una capanna poi quella torre di pietra, e avevano vissuto felici, lontano dai problemi che assillavano gli altri mortali. L'unicorno aveva continuato a vegliare su di loro come se fossero sue creature. "Quando ebbe finito di raccontare questa storia incredibile, gli chiesi: Dove sono adesso l'unicorno e il ragazzo? Laggi mi rispose il nano indicando un luogo alle mie spalle.
"Infatti mi girai e vidi apparire tra la nebbia ormai rarefatta un giovane di struttura imponente. Come suo padre aveva una faccia segnata dall'aria aperta e uno sguardo saggio e sereno. Sulle sue spalle giaceva la carcassa di un orso che aveva cacciato per il padre. E, a fianco a lui, come una figura d'argento di nebbia, c'era l'unicorno. Un nembo di luce illumin il viso del cacciatore. L'animale era la cosa pi bella che io avessi mai visto in tutta la mia lunga vita, pi bella delle nuvole che si rincorrono nei cieli invernali, pi bella di una stella del mattino. I due mortali che abitavano l'isola erano immersi in un mondo magico che aveva la sua fonte in quella creatura. Allora ho chinato il capo davanti all'unicorno con le lacrime agli occhi, sapendo che, per quanto lo desiderassi in quel momento, non potevo fermarmi sull'isola. Dovevo ripartire, il mio destino era un altro e sapevo che avrei dovuto attendere molti anni prima di potermi fermare e riposare. Da allora non ho mai dimenticato la lezione: ho capito che cosa sono la vera pace e l'armonia. Poco dopo lasciai l'isola. "Quando le nebbie si furono del tutto diradate, il nano e suo figlio mi accompagnarono alla spiaggia. Mi dissero cosa dovevo fare per raggiungere l'isola a cui ero diretto e mi aiutarono a riportare la barca in mare. Mentre il vento gonfiava la mia vela e mi spingevo sempre pi al largo mi girai per salutare di nuovo i miei salvatori. Dietro di loro, tra le fronde degli alberi vidi brillare di nuovo il riflesso di luce emanata dall'unicorno".
Re Art, quando raccontava questa stria, era gi diventato una vera e propria leggenda vivente grazie alla sua onest e generosit. Del resto, anche nell'episodio con l'unicorno aveva dimostrato una saggezza non comune. Non aveva infatti tentato di impossessarsi della magia e dell'incanto dell'animale che aveva incontrato, ma si era immerso nell'atmosfera di pace e serenit del luogo, mostrando rispetto e devozione.
La maggior parte dei mortali, invece, dava la caccia all'unicorno sia per divertimento, sia per impossessarsi del corno, in cui sembrava che fossero riunite tutte le meraviglie della natura.
I poteri del corno erano ben noti ai tempi di re Art poich erano gi stati descritti da studiosi come Claudio Eliano che era vissuto molti secoli prima. Eliano era un naturalista che emulava Ctesia di Cnido nella sua descrizione dell'unicorno indiano, aggiungendo per che il corno era a spirale e alcuni dettagli sull'uso che ne veniva fatto: "Questi corni di tanti colori vengono usati come boccali dagli indiani anche se non da tutti. Solo gli uomini potenti infatti li possiedono e li circondano di anelli d'oro come farebbero con i polsi o le caviglie di qualche statua. E si dice che chiunque beva da questi boccali  immune da malattie incurabili come le convulsioni o la cosiddetta malattia santa
(l'epilessia n.d.r.) e dagli avvelenamenti."
Il racconto di Eliano e di altri autori successori a lui era di enorme interesse nel periodo medievale, quando gli assassinii per avvelenamento erano all'ordine del giorno nelle corti e nei castelli.
Coloro che coltivavano quest'arte avevano a disposizione un'ampia variet di veleni. Tra le piante, l'aconitina era considerata la "regina madre dei velenied era una comune tossina facilmente ottenibile da alcune piante particolari. Dopo pochi istanti dal momento in cui veniva ingerita, l'aconitina provocava una sensazione di gelo che prendeva le membra della vittima fino ad arrivare al cuore. Gli assassini usavano anche la cicuta il cui effetto partiva dai piedi e lentamente arrivava fino alla testa attaccando i muscoli respiratori e provocando, di conseguenza, la morte (una delle caratteristiche che rendevano questo veleno pi terribile di altri era che la mente rimaneva lucida fino alla fine).
Tra i veleni invece derivati dai metalli, l'arsenico era sicuramente il pi facile da reperire e quindi il pi usato anche se spesso si ricorreva al mercurio e all'antimonio. Tutti causavano violenti conati di vomito e intaccavano le reni o il sistema circolatorio provocando la morte. Pi numerosi dei veleni erano solo i modi di somministrarli alle vittime senza che queste sospettassero nulla. Spesso questi componenti letali venivano messi dentro le sfere contenenti le essenze naturali che molti cortigiani utilizzavano per scacciare i cattivi odori. Oppure gli assassini facevano costruire minuscoli gioielli e coltelli le cui punte venivano intinte nel veleno e servivano poi a pungere i predestinati.
Nel quattordicesimo secolo, si diceva che il re di Spagna, Giovanni 1 dI Castiglia
 fossemorto a causa degli stivali avvelenati, mentre cent'anni dopo sembra che il re d'Inghilterra Enrico VI sia deceduto a causa di un paio di guanti avvelenati. Gli avvelenatori francesi immergevano le camicie in una mistura di arsenico, cantaride (una polvere ricavata da scarafaggi velenosi) e altre sostanze irritanti. Questi indumenti, quando venivano indossati, provocavano delle lesioni sulla pelle del tutto simili a quelle della sifilide. Chi veniva colpito allora da questa malattia, era curato con il mercurio, che, con il tempo, portava al decesso.
Tuttavia, i metodi pi frequenti per somministrare del veleno rimanevano i cibi e le bevande e non c' quindi motivo di sorprendersi nello scoprire che i monarchi di tutta Europa erano disposti a pagare qualsiasi cifra pur di entrare in possesso del corno di unicorno che non solo segnalava la presenza del veleno, ma ne annullava gli effetti malefici.
Recipienti fatti di quel corno speciale comparivano in quasi tutti i tesori reali e clericali. Tra i pi noti c'era il corno lungo quasi due metri per pi di sei chilogrammi di peso custodito all'abbazia di Saint-Denis, nella periferia di Parigi. Il tesoro della basilica di San Marco a Venezia aveva tre corni celebrativi, uno dei quali era montato su un piedistallo d'argento in modo da sembrare una candela.
Di fatto, i piedistalli su cui poggiavano questi corni erano spesso altrettanto preziosi dell'oggetto che sostenevano. Nel quindicesimo secolo, per esempio, a un ambasciatore della Burgundia che si trovava alla corte di Edoardo IV d'Inghilterra fu regalata una tazza d'oro decorata di perle e pietre preziose al cui centro si trovava la scheggia di un corno lunga poco pi di quindici centimetri. E ancora nel sedicesimo secolo, al famoso orafo fiorentino Benvenuto Cellini fu commissionato dal Papa Clemente VII un piedistallo per sorreggere un corno in possesso del papa.
L'estroso artigiano non aveva mai visto un unicorno ma disegn quella che secondo lui doveva essere l'immagine pi somigliante: una testa d'oro, in parte simile a quella di un cavallo in parte a quella di un cervo, decorata con una ghirlanda e altri gioielli nel quale poteva essere inserito il corno. Purtroppo al progetto ispirato di Cellini ne fu preferito un altro. Cellini attribu questa scelta al fatto che il corno doveva essere un dono per il re di Francia, un popolo, secondo lui, notoriamente privo di gusto. (Clemente regal poi davvero il corno a Francesco I perdendo cos i benefici dell'oggetto magico. Sembra infatti che il papa sia morto dopo aver inspirato il fumo avvelenato di una torcia durante una processione). Anche la polvere ricavata dal veruni cornu monocreotis - ? "il vero corno dell'unicorno" - valeva dieci volte il suo peso in oro. ???  affatto sorprendente quindi scoprire che, nelle varie epoche, data la rarit dell'animale sia fiorito un commercio di corni falsi ricavati dalle zanne degli elefanti? O dalla polvere delle ossa di altri animali.
I veri corni, per, quelli che davvero erano intrisi di poteri magici, venivano solo dagli animali catturati vivi e uccisi, come era accaduto nel bosco di Brocliande, da cacciatori astuti.
Un'uccisione particolarmente truce di un unicorno si verific in Bulgaria molti secoli fa. Il fatto accadde in uno squallido paesino fatto di capanne che si affacciavano su una strada secondaria. Dietro le case si stendevano i campi che fornivano agli abitanti, per la loro misera dieta, carote, patate, orzo e rape. E oltre i campi iniziava una fitta foresta di pini profumati che gli abitanti del villaggio credevano infestata da streghe e spiriti maligni.
Anche se povero, il villaggio era autosufficiente. Gli abitanti allevavano galline e maiali che si nutrivano dei resti di cibo lasciati dagli esseri umani e potevano essere macellati in autunno e messi sotto sale per l'inverno. Le case potevano usufruire di due pozzi, una ricchezza rara in quelle zone. I contadini condividevano una coppia di buoi che usavano per arare e avevano anche un mulo.
Erano un gruppo affiatato e isolato dal resto del mondo. Pochi di loro si avventuravano sul sentiero fangoso che portava verso le altre citt e gli estranei - i rari venditori ambulanti e i pellegrini che capitavano da quelle parti - venivano accolti freddamente. Nel villaggio c'era una chiesa di legno, ma al tempo in cui si svolsero i fatti di questo racconto il prete era morto da tempo e non era stato sostituito. L'edificio veniva utilizzato come magazzino per il fieno. Pi tardi si disse anche che nel villaggio venivano praticati riti pagani, ma le uniche prove erano in realt delle usanze che si svolgevano nella maggior parte dei villaggi di quell'epoca: durante il raccolto venivano intrecciate bamboline di paglia che dovevano propiziare il raccolto successivo; ai solstizi si sacrificavano alcuni piccoli animali e sulle porte venivano appesi oggetti di ferro per tenere lontani gli spiriti malvagi.
Il villaggio avrebbe potuto proseguire per secoli la sua vita scandita dai tempi della semina e del raccolto senza alcun cambiamento e rimanere nell'anonimato per sempre, come accadde a tanti altri posti simili, ma la tragedia incombeva sui suoi abitanti. Da un giorno all'altro le acque dei pozzi marcirono. Alghe orribili cominciarono a venire alla superficie e ad arrampicarsi sui muri. I contadini diedero la colpa dell'evento a un venditore ambulante che era passato dal paese diverse settimane prima e diventarono pi sospettosi che mai. Cominciarono a rifornirsi d'acqua da una fonte molto meno comoda per loro.
Tutti i giorni, carichi di secchi in bilico su un bastone, le donne camminavano per oltre un miglio fino a un ruscello che scorreva accanto alla foresta, al confine pi estremo dei campi. Il suo flusso bastava appena per soddisfare le loro necessit; tutti aspettavano le piogge autunnali per porre rimedio a tanta scarsit.
Le piogge, per, non arrivarono. Ogni giorno il sole sorgeva in un cielo sgombro di nuvole e ogni giorno l'acqua del ruscello diminuiva. Con l'andar del tempo, le donne furono costrette a tornare ai pozzi per soddisfare il fabbisogno d'acqua.
Tentarono di colare l'acqua per eliminare il sapore sgradevole, ma non riuscirono a evitare le malattie che subito si abbatterono su chiunque la bevesse. Le vittime venivano colte da crampi e da conati di vomito e subito contagiavano chi stava loro vicino. I bambini erano quelli che soffrivano maggiormente. Con gli occhi spalancati e le labbra secche cominciarono a morire uno a uno.
Dopo diversi giorni che il contagio aveva preso piede, i pochi sani rimasti si riunirono nella capanna di una delle anziane del villaggio per discutere di quanto stava accadendo. Se non si fosse trovato un rimedio al pi presto, la neve avrebbe trovato un villaggio deserto.
La decisione presa alla fine di questo conciliabolo potrebbe sorprendere solo chi non conosce le abitudini di questi contadini. Si risolsero infatti di fare un sacrificio per propiziarsi la strega o il demone che li perseguitava. Come vittima scelsero una giovane donna, orfana, nubile e senza figli, per cui nessuno avrebbe pianto.
Il giorno seguente, all'imbrunire, armati di forconi, scope e bastoni, urlando filastrocche e formule di incantesimi, gli abitanti spinsero la giovane fuori dal villaggio attraverso i campi inariditi e verso la foresta di pini.
La ragazza, con tutta la dignit possibile, cammin a testa alta, senza piangere e senza tentare di fuggire. Quando raggiunse il margine del bosco, si ferm e alz entrambi le mani al cielo con una tale calma e compostezza che nessuno os fiatare. Poi disse: "Vado di mia spontanea volont, mi sacrifico affinch i bambini possano sopravvivere". Si gir e un attimo dopo era scomparsa tra gli alberi. Gli abitanti del villaggio allora tornarono verso le proprie case. Nessuno di loro si gir indietro a guardare nemmeno una volta.
La giovane, invece, prosegu decisa il suo cammino. La notte stava scendendo. Sent dei fruscii e dei mormorii tra i pini e di tanto in tanto la sua gonna veniva mossa da qualcosa che correva, ma non vide alcun demone davanti a lei e nessun artiglio che spuntava per farla a pezzi.
Sorse la luna e cominci il suo cammino nel cielo. La donna continu ad avanzare, con gli occhi bassi, rassegnata a qualsiasi orrenda fine l'aspettasse.
Quando per alz lo sguardo, davanti a lei vide invece un unicorno che la guardava con i suoi brillanti occhi neri. Lei sapeva cosa era un unicorno perch i racconti sull'animale magico erano arrivati anche nei villaggi pi remoti. La donna allora s'inginocchi e l'animale appoggi il capo sul suo grembo.
Rimasero in quella posizione nella notte per un lungo tempo sotto il cielo stellato. Alla fine, quando il buio cominciava a lasciar spazio al grigio dell'alba, la ragazza si alz e con la mano strinse delicatamente il caldo garrese dell'animale. La creatura si alz e si mise a camminare al suo fianco.
Con l'andatura fiera di una regina, la fanciulla lasci la foresta, attravers di nuovo i campi e giunse nel villaggio. Al suo passaggio le., porte si spalancarono e gli abitanti si sporsero a guardare dalle finestre. Rimasero tutti senza parole quando videro la ragazza che sembrava tornare dal regno dei morti accompagnata da una creatura regale che rispondeva alla pressione della sua mano.
Allora, la coppia avvolta di mistero and prima a un pozzo e poi all'altro. In entrambi, l'unicorno chin la testa in modo da toccare la superficie dell'acqua con il suo corno. Al contatto, il velo di melma in superficie scomparve e l'acqua torn cristallina, pulita come la luce del sole.
Gli abitanti del villaggio si radunarono attorno alla ragazza e all'unicorno. Con fare esitante, allungarono le mani per toccare i fianchi di seta dell'animale. Al tocco di quelle mani ruvide, l'unicorno si limit ad avvicinarsi un poco di pi alla fanciulla.
Dopo qualche tempo, la voce di un uomo ruppe il silenzio innaturale della scena: "Guardate il corno". Gli abitanti del villaggio capirono subito di essere di fronte a un preziosissimo tesoro e l'avarizia prese il posto di qualsiasi sentimento di affetto verso l'animale.
Spinsero via in malo modo la ragazza e con pale e bastoni si lanciarono sull'unicorno fino a trafiggergli il cuore. E, prima che scomparisse del tutto la luce dagli occhi scintillanti dell'animale morente, tagliarono via il prezioso corno.
Fu un'operazione lunga e che richiese molto spargimento di sangue, ma alla fine gli abitanti del villaggio ottennero ci che volevano. L'animale fu scuoiato - si diceva che la sua pelle potesse tenere lontani gli insetti - e macellato, nel caso anche la sua carne potesse avere un valore, nascosero poi il corno in un involucro di lana e due di loro si misero in viaggio sulla strada che portava fuori dal villaggio per vendere la preziosa merce al miglior offerente.
La storia poi non ci dice cosa ne fu della donna n se il villaggio prosper o cadde in rovina. Secondo alcuni, i due che partirono arrivarono fino a Istanbul dove barattarono il corno con dell'oro e successivamente l'oro per i beni meravigliosi dei commercianti che passavano in quella regione: arance, limoni e melagrane, stoffe e seta. Quando per tornarono con i carri carichi di ogni bene, scoprirono di aver portato anche un carico segreto: topi neri che diffusero la peste in tutte le case, nessuno per pu dire con certezza come andarono in realt le cose, poich il villaggio torn a essere avvolto dall'anonimato che lo aveva contraddistinto per secoli.
Del resto, il destino di quei contadini contava poco. Ci che pi importava era il crimine che avevano commesso e la perfidia dimostrata nell'uccide-re l'animale che li aveva salvati. Era gi accaduto molte volte prima, naturalmente, ma, dopo questo episodio, non sarebbe potuto pi accadere.
Gli unicorni apparentemente scomparvero dalla terra per sempre.
Se anche alcuni di loro riuscirono a sopravvivere all'ingordigia umana, si ritirarono in un mondo dove i mortali non potevano trovarli.
All'umanit rimase quindi solo un ricordo e qualche reliquia di queste creature: ricchi boccali di corno incastonati di oro e pietre preziose, alcune piccole incisioni e poche miniature. Le immagini pi commoventi rimangono quelle degli arazzi intrecciati dai tessitori che impressero sulla stoffa il valore e la purezza dell'unicorno, il primo per grazia, bellezza e poteri magici di tutte le creature che popolavano il mondo al momento della creazione.
 Rivali per il dominio della foresta.
Secondo gli studiosi classici, nell'antichit le foreste risuonavano delle battaglie tra unicorni e leoni. Essi combattevano per avere il dominio sulla natura e il vincitore doveva poi seguire un percorso stagionale. In primavera, il potere dell'unicorno era al suo apice ma appena iniziava l'estate era il leone a vincere in superiorit. A quel punto allora l'unicorno si ritirava e attendeva il ritorno della primavera e con esso il nuovo splendore della sua forza.

Una stranezza con due corni.
L'India meridionale era la dimora di una strana creatura che sembrava essere un lontano discendente della famiglia degli unicorni che vivevano a occidente. Era chiamato il tat o yak. Aveva una piccola barba, simile a quella di una capra - come avevano molti unicorni - e dalla sua testa spuntavano due corni a spirale. Evidentemente, i corni potevano essere direzionati a seconda della massima utilit in battaglia. Gli indiani tenevano questi animali come guardiani dei templi.

Nemico implacabile di ogni cosa vivente il karkadan persiano era soprattutto un nemico dell'uomo. Queste bestie erano talmente temute che i guerrieri che le uccidevano venivano celebrati per secoli nei canti e nei poemi, come accadde all'eroe Isfandiyar.

 Una coppia di assassini persiani.
In qualsiasi animale persiano, la presenza di un solo corno era un segno del potere di preveggenza. La ferocia si nascondeva nel shad-davar, una creatura simile a un'antilope il cui corno ricurvo era scannellato da rami cavi. Ogni volta che il vento risuonava attraverso questi rami, essi emettevano un suono cos dolce da richiamare tutti gli animali della foresta, che venivano prontamente uccisi e massacrati.
Il mi'raj, dall'aspetto ancora pi innocente, veniva da un'isola nell'Oceano Indiano. La creatura assomigliava a un'enorme lepre gialla adornata di un solo corno di colore nero. Tutti gli altri animali, per, conoscevano bene la sua furia e la sua crudelt e cercavano di evitarla in tutti i modi.







Lavoce ammaliante della colomba.
Malgrado la violenza della sua natura, il Karkadam poteva essere addolcito dalla voce melodiosa della colomba. La bestia, di solito feroce, poteva giacere tranquilla per ore in mezzo al deserto in cui cantava l'uccello, ipnotizzata da quel suono armonioso. E se per caso accadeva che la colomba si appoggiasse al suo corno, il karkadam rimaneva immobile per non disturbare l'uccello fino a quando non si rialzava in volo.


 Il Destriero di Alessandro Magno.

I poeti medievali cantavano le gesta di Alessandro, il re macedone i cui eserciti dominarono il mondo, l'uomo che pianse quando scopr che non c'erano pi terre da conquistare. Dovunque andasse, Alessandro trovava sul suo cammino meraviglie incredibili, ma la pi grande di tutte fu la prima che incontr nella sua vita: quella che divent il suo stesso cavallo. Il destriero era infatti un possente cavallo che aveva il fiero corno d'avorio degli unicorni e la coda color smeraldo del pavone. Gli era stato donato dalla regina d'Egitto in occasione della sua nascita, ma per tutta la sua fanciullezza, l'animale non era mai stato addomesticato. L'enorme bestia poteva annusare la paura degli umani che lo avvicinavano e per questo era praticamente invincibile. Solo Alessandro, che non conosceva la paura, quando divenne un uomo and in cerca del cavallo che si inchin davanti a lui, in segno di totale sottomissione. Alessandro accett la sua dichiarazione di fedelt muta e chiam il destriero Bucefalo che significa "dalla testa di buein onore della sua incredibile forza.
In groppa alla creatura quasi divina, il giovane guid i suoi potenti e invincibili eserciti greci verso l'Illiria e a est fino alla Tracia, attraverso l'Ellesponto fino alle vaste province dell'esercito persiano, il pi grande dominio mai visto fino a quel momento. Egli sconfiggeva chiunque incontrasse, re, principi, contadini e altri strani esseri.
Nelle foreste persiane, per esempio, Alessandro e i suoi uomini si scontrarono con alcuni orribili superstiti delle razze che avevano abitato la terra delle origini. Si trattava di una trib di creature dall'aspetto umano ricoperte di peli neri e unti con corna simili a quelle dei cervi e armate di sassi. Con urla e strepiti questi esseri orribili attaccarono le file dei greci e, nel giro di pochi secondi, il campo si trasform in un Caos di cavalli in preda al panico e uomini in fuga. Solo un cavallo emerse dalla confusione per lanciarsi all'attacco: era Bucefalo il coraggioso, con Alessandro che gridava a gran voce il peana di guerra.
Vedendo il coraggio del loro capo, poco a poco gli uomini ripresero le loro postazioni con le spade sfoderate. Alessandro menava colpi a destra e a sinistra e alla fine, sporgendosi dalla propria sella, afferr il palco di uno degli uomini-bestia. Con un colpo secco riusc a staccare il corno dalla testa. La creatura cadde a terra e il sangue cominci a zampillare dal buco lasciato dal corno. Dalla bocca usc un lunghissimo e tetro lamento che immobilizz i suoi simili. Poi, lanciandosi come furie tra gli zoccoli dei cavalli, la banda di bestie fugg all'interno della foresta lasciando la terra ad Alessandro e ai suoi compagni.
Molto simili nel coraggio e nel valore, il re e il suo destriero si lanciarono alla conquista delle aree pi orientali della Persia e l incontrarono creature di cui non avevano mai nemmeno immaginato l'esistenza. Alessandro ne uccise tutti i capi e si impose come dominatore dei pi deboli. Pi tardi si disse che l'esercito greco aveva combattuto contro creature dal corpo umano con teste di cavallo che sputavano fuoco, su razze di giganti da un occhio solo e addirittura contro veri e propri draghi.
E si diceva anche che il grande condottiero fosse arrivato a combattere contro i cugini di Bucefalo.
L'episodio si svolse sulle coste del Mar Rosso una sera al tramonto, mentre l'esercito macedone stava preparando gli accampamenti. Gli uomini erano al lavoro quando sentirono un suono familiare riecheggiare nell'aria: era il richiamo di Bucefalo.
Il destriero non rispose, n si fece vedere quando un branco di unicorni si lanci contro l'accampamento. Gli zoccoli degli unicorni facevano tremare il terreno e le loro teste abbassate erano pronte a caricare qualsiasi mortale che avesse invaso il loro territorio. Ma ormai pi nulla poteva spaventare i soldati di Alessandro.
Uno a uno gli unicorni morirono tutti, i loro cuori squarciati dalle lance greche e il loro sangue versato dalle ferite provocate dalle spade. Bucefalo non si un a loro: la sua lealt ormai era tutta per Alessandro il Conquistatore, il pi grande degli uomini.
Tutta la terra era sotto il dominio macedone e cos Alessandro cerc di soggiogare anche i cieli. In un carro tirato da due grifoni costretti in cattivit - quei leoni alati di India e Persia - Alessandro prese un giorno il largo nel cielo. Sotto di lui, piccoli come giocattoli, si stendevano le tende del suo vasto accampamento; piccoli come fiori erano gli alberi sparsi sulla pianura. Alessandro spron le bestie alate perch salissero pi in alto, fino a che il mare che si stendeva accanto alla pianura non fu che un velo dorato. Poi rivolse il viso in alto, direttamente verso il sole.
Quando si trov per di fronte all'occhio immobile del cielo e incontr con i propri occhi la potenza della lampada eterna, Alessandro cap - non essendo un dio ma solo un mortale - di dover tornare indietro. Rivolse i grifoni verso la terra e non tent mai pi di conquistare il cielo. Per il resto della sua vita Alessandro condusse un'esistenza non diversa da quella degli altri uomini. E infatti, pur essendo tanto potente, non aveva alcuna risposta da opporre alla morte e alla fine il grande cuore di Bucefalo cedette. Quando la valorosa bestia mor, Alessandro la pianse a lungo e fece costruire una citt in onore dell'unicorno.
Alessandro stesso non tard molto a morire, tre anni dopo il suo trentesimo compleanno. Presto i territori che aveva conquistato e fuso in unico grande impero si divisero di nuovo.
Del suo potere rimasero solo pochi segni: qualche pietra rovesciata, le ossa sparse del suo esercito e la polvere lucente del corno del suo destriero.
...
FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringraziano le persone e istituzioni di seguito elencate per la loro collaborazione nella preparazione di questo volume: Rolf Andre, Kunstmuseum, Dsseldorf; Francois Avril, Curator, Departement des Manuscrits, Biblioteca Nazionale Parigi; Milo C. Beach, Curator of Indian Art, Freer Gallery of Art, Smithsonian Institution, Washington, D.C; Biblioteca Casanatense, Roma; Yu-ying Brown, Department of Oriental Manuscripts and Printed Boohs, British Library, London; John Carlson, Center for Archeo-Astronomy, University of Maryland; Giancarlo Costa, Milan; Sophie De Bussire, Curator, Muse du Petit-Palais, Paris; Marie-Henriette De Pommerol, Paris; Martin Forrest, Bourne Fine Art Ltd., Edinburgh; Jacqueline L. Fowler, Stamford, Connecticut; Kenneth Gardner, Deputy Keeper, Department of Oriental, Manuscripts and Printed Books, British Library, London; Marielise Gpel, Archiv fr Kunst und Geschichte, West Berlin; Klauss Hess, Registrar, ffentliche Kunstsammlung, Kunstmuseum, Basel, Switzerland; Christine Hofmann, Bayerische Staats-gemldesammlngen, Munich; Joan Hornby, Nationalmuseets Etnografiske Smling, Copenhagen; Ann Hughey, Potomac, Maryland; G. Irvine, Department of Oriental Antiquities, British Museun, London; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, West Berlin; Kirin Brewing Company Ltd., Tokyo; Bernd Krimmel, Director, Institut Mathildenhhe, Darmstadt; J. P. Losty, Assistant Keeper, Department of Oriental Manuscripts and Printed Books, British Library, London; Heinrich Ltzeler, Kunsthistorisches Insti-tut, Bonn; Beth Mclnlok, Department of Oriental, Manuscripts and Printed Books, British Library, London; Gabriele Mandel, Milan; Heinz Mode, East Germany; Beatrice Premoli, Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, Roma; Wall Reed, Illustration House, South Norwalk, Connecticut; Jo Ann Reisler, Vienna, Virginia; Luisa Ricciarini, Milan; Lores Riva, Milan; B. W. Robinson, London; Scala, Florence; Justin Schiller, New York City; Lawrence Seeborg, Greenbelt, Maryland; Mitsu-hiko Shibata, Atomi University, Tokyo; M. L. Swietochowski, Associate Curator, Isladimic Division, Metropolitan Museum of Art, New York City; Verity Wilson, Far Eastern Section, Victoria and Albert Museum, London; C. Young, Keeper of Art Dundee Art Gallery, Scotland.
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FINE.